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Gli 80 anni della Repubblica

Un viaggio nel biennio che ha trasformato un paese ferito dal conflitto e dalla dittatura in una nazione moderna, tra speranze di rinascita e ricostruzione morale
lunedì, 2 Febbraio 2026
7 minuti di lettura

Riprendiamo il filo della rievocazione degli ottant’anni delle Repubblica già iniziata con l’edizione del 28 gennaio del nostro giornale di degasperiana fondazione e ispirazione. Abbiamo già sottolineato l’importanza di ricordare e raccontare come sia nata la nostra Repubblica e abbiamo anche fornito un succinto quadro storico di carattere generale sulle problematiche e gli avvenimenti manifestatisi tra il 25 aprile 1945 ed il referendum del 2 giugno 1946. Passiamo ora analizzare nello specifico alcuni temi, avvenimenti e riflessioni storiche che hanno caratterizzato quel periodo, iniziando dal problema della pacificazione sociale una volta terminata la terribile e disastrosa seconda guerra mondiale.
Il 25 aprile 1945 è il giorno storicamente ricordato come la data simbolo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. In quel giorno il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) – organismo che coordinava la Resistenza partigiana nel Nord – proclamò l’insurrezione generale contro l’occupazione nazista e fascista in tutti i territori ancora sotto controllo nemico. Sandro Pertini (che l’8 luglio 1978 sarebbe divenuto nostro amatissimo Presidente della Repubblica), all’epoca era un capo dei partigiani e membro del CLNAI, annunciò via radio lo sciopero generale e l’insurrezione. Lo fece da Milano, dove aveva sede il CLNAI.

Sciopero e insurrezione

Il celebre appello radiofonico, che invitava allo sciopero ed all’insurrezione generale, trasmesso alle ore 8 del mattino del 25 aprile dalla radio partigiana, chiamata Radio Milano Libertà, iniziava con le parole:
“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine.
Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma:
arrendersi o perire”.
Queste parole sono tradizionalmente ricordate come il cuore dell’appello radiofonico con cui il CLNAI chiamò all’azione partigiani, operai e cittadini contro le forze nazifasciste presenti nel Nord Italia. La frase “arrendersi o perire” divenne uno slogan storico dell’insurrezione generale e della Resistenza italiana negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.

Una data simbolo

Il 25 aprile 1945 quindi è considerata dagli Italiani la data simbolica della fine della guerra e rappresenta un evento politico: l’insurrezione generale proclamata dal CLN condusse alla liberazione da parte dei partigiani prima dell’arrivo degli alleati delle principali città del Nord – Milano, Torino, Genova, Bologna – e segnò il crollo definitivo del potere fascista sul territorio. Il 28 aprile 1945 la cattura e l’uccisione di Mussolini segnò la fine del regime e il 2 maggio si chiuse formalmente la guerra sul piano militare, con la resa effettiva delle forze tedesche in Italia.
Il 25 aprile, dunque, è da considerarsi il momento fondativo della nuova legittimità politica e democratica del Paese.

La fine della guerra in Italia e la mancata resa dei conti con il fascismo
Dal 1943 al 1945 l’Italia visse una guerra civile tra fascisti della RSI contro partigiani con immaginabili vendette, rappresaglie, violenze da entrambe le parti. Al termine della guerra il Paese si presentava distrutto economicamente, politicamente fragile, socialmente lacerato. Organizzare un grande processo tipo Norimberga avrebbe rischiato di riaprire il conflitto interno, paralizzare la ricostruzione, alimentare vendette infinite in quanto l’Italia non era solo “vinta” ma era anche spaccata e divisa.
Alla fine del conflitto e negli anni seguenti si aprì il problema di come l’Italia dovesse fare i conti con il proprio passato fascista. A differenza della Germania, dove il processo di Norimberga condannò il nazismo come sistema criminale, in Italia non venne avviato un processo complessivo equivalente. La scelta fu di una pacificazione rapida che prevalse su una giustizia estesa.Le ragioni di questa scelta furono molteplici e intrecciate.

Narrazione meno punitiva

Un primo elemento è che, dopo l’8 settembre 1943, l’Italia aveva combattuto formalmente al fianco degli Alleati come paese “cobelligerante”. Questa condizione attenuò la percezione di una sconfitta totale e favorì una narrazione autoassolutoria: l’Italia poteva presentarsi non solo come ex alleata della Germania, ma anche come nazione che aveva contribuito alla sua sconfitta. In sintesi il Paese costruì una narrazione meno punitiva della propria responsabilità storica, presentandosi non solo come nazione sconfitta, ma anche come parte della vittoria contro il nazismo. Un grande processo al fascismo avrebbe messo in discussione questa legittimazione.

La configurazione “imperfetta”

Un secondo fattore riguardava la natura del fascismo italiano, spesso percepito come una dittatura meno radicale rispetto al nazismo. Il regime, durante il ventennio, non eliminò completamente la monarchia e ne subì il condizionamento, mantenne un rapporto strutturale con la Chiesa cattolica e conservò molte continuità amministrative con lo Stato liberale. Questa configurazione “imperfetta” del totalitarismo favorì, nel dopoguerra, l’idea che il fascismo fosse stato una parentesi autoritaria ma non un sistema criminale paragonabile al nazismo che aveva “totalizzato il potere”. Il ruolo della monarchia e della Chiesa funse nel ventennio da elemento di stabilizzazione: mettere sotto processo il fascismo in modo radicale avrebbe implicato chiamare in causa anche le responsabilità della Corona e di settori ecclesiastici che avevano legittimato il regime. In un Paese cattolico, politicamente fragile e socialmente diviso, questa prospettiva appariva rischiosa, dato che, anche nel dopoguerra, queste istituzioni dovevano rimanere fattori di stabilità politica e sociale. In effetti il fascismo italiano non creò uno

Chiesa e riconciliazione

Stato ideologicamente monolitico come il Terzo Reich, né (fino al 1938) costruì una dottrina razziale centrale. Queste circostanze hanno favorito, dopo la guerra, una lettura riduttiva attraverso una minor percezione di colpa collettiva, maggiore facilità nel reintegrare ex fascisti e minor urgenza di una giustizia esemplare. Si consideri inoltre che la Monarchia aveva nominato Mussolini, aveva firmato le leggi razziali, aveva sostenuto il regime per vent’anni. Per quanto riguarda la Chiesa essa, attraverso i Patti Lateranensi, aveva legittimato il regime e dopo il 1945 era destinata a divenire un pilastro della stabilità politica italiana e dell’anticomunismo, pertanto spinse, anche in ossequio alla sua missione evangelica, a costruire una cultura dell’incontro e della fraternità attraverso una logica di riconciliazione più che di punizione o vendetta.Processare il fascismo fino in fondo avrebbe implicatoanche di mettere sotto accusa la Monarchia e Chiesa delegittimando completamente tutto l’apparato precedente che aveva convissuto con il fascismo, Ciò fu ritenuto oggettivamente e politicamente pericoloso in un paese instabile.

Le epurazioni parziali

Dal punto di vista pratico, le epurazioni avviate subito dopo la Liberazione furono parziali e spesso inefficaci. Le commissioni incaricate di rimuovere funzionari compromessi con il fascismo si scontrarono con la necessità di far funzionare lo Stato: mancavano quadri alternativi e molti magistrati, prefetti e funzionari provenivano direttamente dal regime. Ne derivò una forte continuità degli apparati, mentre molti procedimenti giudiziari furono archiviati o neutralizzati dall’Amnistia Togliatti del 1946, pensata per favorire la pacificazione nazionale.

La svolta e il compromesso

L’amnistia del 1946 fu un atto concreto e immediato che agì sul piano penale, chiuse (o attenuò) i procedimenti giudiziari sia per i reati commessi dai fascisti della RSI sia per quelli commessi da parte dei partigiani. Togliatti, all’epoca Ministro della Giustizia, intese far cessare il conflitto civile, normalizzare il funzionamento dello Stato, superare il “tempo eccezionale e l’atmosfera emergenziale” della guerra.

De Gasperi e la Dc

Certamente fu una pacificazione ottenuta al costo di sacrificare la giustizia piena, ma le condizioni economiche dell’Italia, l’ordine pubblico e l’energia per la ricostruzione morale e materiale del paese richiedevano compromessi, peraltro avallati anche da De Gasperi (DC). De Gasperi non firmò amnistie decisive (quella decisiva fu di Togliatti), ma lavorò su un altro piano per la costruzione della Repubblica, l’inclusione graduale di tutti nella legalità democratica, la centralità della Costituzione come nuovo patto comune. Pur partendo da culture opposte, Togliatti e De Gasperi ebbero in tema di pacificazione idee comuni e convergenti per evitare che la Repubblica nascesse come “Repubblica dei vincitori”, temendo vendette, radicalizzazioni, delegittimazione dello Stato agli occhi di metà del Paese. Altro protagonista politico di quel periodo fu Pietro Nenni leader del PSIUP (Partito Socialista di Unità Proletaria), figura centrale dell’antifascismo storico, ex esule, perseguitato dal fascismo, uomo politicamente e moralmente molto legato alla Resistenza rispetto a Togliatti, molto più esposto verso la base partigiana e militante.
Nenni non fu contrario alla pacificazione in sé, ma non voleva che questa si trasformasse in una sostanziale impunità, mettendo nell’oblio le responsabilità del fascismo. Nenni pur ritenendo la riconciliazione possibile, voleva che questa avvenisse dopo una vera epurazione e riconoscimento pubblico delle colpe. Sotto questo aspetto la posizione di Nenni era distante da quella di Togliatti: egli guardò con forte perplessità all’amnistia del 1946, temendo che colpisse la memoria della Resistenza e consentisse la rapida reintegrazione degli apparati fascisti.

I leader di sinistra

Nenni non condivise la scelta strategica di Togliatti ritenendola una concessione eccessiva, tuttavia non ebbe la forza né la volontà di imporre una linea alternativa a De Gasperi e Togliatti per cui si adeguò alla scelta, la criticò e in maniera molto responsabile non cercò di rovesciare le decisioni prese. Dalla scelta di pacificazione operata da De Gasperi e Togliatti derivò una sostanziale continuità degli apparati dello Stato più che una rottura col passato, anche perché mancavano quadri alternativi per far funzionare l’amministrazione perciò in Italia non si fece mai un processo al “fascismo come sistema”, come invece accadde al nazismo.
Il confronto con la Francia comunque mostra che anche un’epurazione più severa non garantì una piena elaborazione del passato. In Francia, dopo il regime di Vichy, furono avviati numerosi processi e condanne, ma negli anni successivi molti funzionari vennero reintegrati e si costruì una memoria pubblica che tendeva ad autoassolversi, enfatizzando l’immagine di una nazione prevalentemente resistente.

La Guerra Fredda

Il contesto internazionale contribuì ulteriormente alla scelta di una pacificazione rapida. Con l’inizio della Guerra Fredda, la priorità degli Alleati occidentali divenne la stabilità politica e il contenimento del comunismo. In questo quadro, una vasta epurazione o grandi processi contro ex fascisti apparivano controproducenti: molte di queste figure erano considerate utili per garantire ordine amministrativo e orientamento anticomunista. Molti ex fascisti vennero considerati utili come quadri amministrativi e come elemento di equilibrio politico, rendendo politicamente indesiderabile una grande operazione giudiziaria. Infatti dal 1947 in poi per fermare l’influenza comunista molti ex fascisti, che avevano competenze amministrative,vennero riassorbiti negli apparati, preferendo più pragmaticamente conveniente “riciclare” che “epurare”queste risorse attraverso dei processi.
Nel complesso, la mancata “Norimberga italiana” non fu un’omissione ma il risultato di una combinazione di fattori: politici, istituzionali, internazionali e culturali. La pacificazione venne privilegiata rispetto alla giustizia storica, con conseguenze che ancora oggi influenzano il modo in cui l’Italia interpreta il proprio passato.

(2 – continua)

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