Gli Stati Uniti entrano in un nuovo shutdown federale dopo che il Partito Democratico ha bloccato il pacchetto di finanziamenti che includeva fondi aggiuntivi per l’ICE, l’agenzia per l’immigrazione e le dogane. Il nodo centrale è la richiesta dei repubblicani di approvare un aumento di risorse senza introdurre nuovi meccanismi di supervisione, una condizione che i democratici considerano inaccettabile alla luce delle recenti controversie sulle operazioni dell’agenzia in Minnesota e in altri Stati. Il Senato non ha raggiunto la maggioranza necessaria e, allo scadere dei termini, una parte dell’amministrazione federale è rimasta senza fondi. Il braccio di ferro arriva in un clima politico già teso, segnato da proteste diffuse contro le retate dell’ICE e da un’opinione pubblica polarizzata sul tema dell’immigrazione. I democratici chiedono trasparenza, limiti più stringenti all’uso della forza e un sistema di monitoraggio indipendente, mentre i repubblicani accusano l’opposizione di “mettere a rischio la sicurezza nazionale” per ragioni ideologiche. La Casa Bianca sostiene la linea dura, insistendo sulla necessità di rafforzare i controlli alle frontiere senza ulteriori vincoli operativi. La Camera dei Rappresentanti potrebbe tentare di sbloccare la situazione già lunedì, con un nuovo voto su una versione modificata del provvedimento. Ma il margine di manovra resta stretto: qualsiasi concessione rischia di far perdere consensi a una delle due parti, mentre il Paese affronta le prime conseguenze pratiche dello shutdown, dai ritardi nei servizi federali alle incertezze per centinaia di migliaia di dipendenti pubblici. Il confronto sul finanziamento dell’ICE si conferma così uno dei terreni più esplosivi della politica americana contemporanea, capace di paralizzare il Congresso e di trasformare una disputa di bilancio in un simbolo della battaglia più ampia sul futuro delle politiche migratorie degli Stati Uniti.



