L’Italia convive da anni con un paradosso strutturale che pesa sulla crescita economica e sull’equità territoriale: a fronte di norme formalmente uguali su tutto il territorio nazionale, la Pubblica amministrazione applica tempi amministrativi e giudiziari profondamente diversi da città a città. Un’inefficienza che si traduce in una vera e propria “imposta occulta”, capace di frenare gli investimenti, scoraggiare l’iniziativa privata e ampliare i divari tra territori.
Tutto questo viene fuori da uno studio della Cgia. La cartina di tornasole di questo fenomeno è l’edilizia. In Italia servono in media oltre sei mesi e mezzo, pari a 198 giorni, per ottenere una concessione edilizia necessaria alla costruzione di un capannone commerciale. Un dato già elevato se confrontato con gli standard europei, ma che peggiora sensibilmente nelle grandi aree urbane. A Milano e Napoli i tempi medi arrivano a 220 giorni (7,2 mesi), a Torino a 210 giorni (6,9 mesi) e a Palermo a 205 giorni (6,7 mesi). Proprio nei contesti in cui la domanda di spazi produttivi è più alta e la pressione sugli uffici maggiore, la lentezza amministrativa diventa un collo di bottiglia per lo sviluppo economico.
Ancora più critico è il fronte della giustizia civile, in particolare nelle procedure di insolvenza. A livello nazionale, per la liquidazione di un’impresa insolvente servono in media 36 mesi, cioè 1.095 giorni. Ma anche qui le differenze territoriali sono marcate. A Milano, centro finanziario del Paese, i tempi segnalati dalle imprese arrivano a 75 mesi, oltre sei anni (2.281 giorni). A Bari si attestano a 72 mesi (2.190 giorni), a Roma a 68 mesi (2.068 giorni) e ad Ancona a 60 mesi (1.825 giorni). Tempi difficilmente compatibili con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole.
Controversie commerciali
Il quadro non migliora guardando alla risoluzione delle controversie commerciali. In media, in Italia servono circa 600 giorni, poco meno di 20 mesi, per chiudere una disputa tra imprese. Ma a Roma i tempi salgono fino a 1.400 giorni, quasi quattro anni. A Bari e Reggio Calabria si raggiungono entrambe i 1.180 giorni, oltre tre anni, mentre ad Ancona, Firenze e Napoli il tempo medio è di 1.000 giorni (2,7 anni).
Ritardi che incidono direttamente sui costi operativi delle aziende, aumentano il rischio d’impresa e spingono molte realtà a rinunciare a far valere i propri diritti, come sottolinea l’Ufficio studi della Cgia. Nel dibattito sulla competitività l’attenzione si concentra spesso su fisco, costo del lavoro e accesso al credito. Molto meno considerata, ma altrettanto decisiva, è la qualità della burocrazia. Il problema non è l’esistenza delle regole, inevitabili in economie complesse, bensì il loro cattivo funzionamento. Una burocrazia inefficiente agisce come un vincolo strutturale alla crescita, incidendo sui costi, sulle decisioni e sugli incentivi delle imprese.
Il primo effetto è l’aumento degli oneri amministrativi. Procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e imprevedibili, che non possono essere pianificati come un’imposta tradizionale. Le imprese finiscono così per destinare risorse ad attività difensive, sottraendole a innovazione e sviluppo. Un secondo effetto riguarda la cattiva allocazione del tempo e del capitale umano: la gestione della complessità burocratica assorbe energie manageriali che potrebbero essere impiegate nell’espansione dei mercati, nella formazione e nella crescita dimensionale. L’impatto è inoltre asimmetrico: le grandi imprese riescono a diluire questi costi grazie alle economie di scala, mentre le piccole e medie imprese ne sopportano un peso sproporzionato.
Enti pubblici
La cattiva burocrazia, però, non danneggia solo il settore privato. Colpisce anche gli stessi enti pubblici. Non si tratta di carenze individuali dei funzionari, ma di fattori strutturali: complessità normativa, frammentazione istituzionale, incentivi distorti e assetti di governance inadeguati. L’accumulo di norme incoerenti favorisce comportamenti difensivi, moltiplica i controlli e allunga le catene decisionali senza migliorare la qualità delle scelte. La frammentazione delle competenze rende opaca l’attribuzione delle responsabilità, mentre una cultura amministrativa fortemente formalistica porta a privilegiare la correttezza procedurale rispetto ai risultati.
Sistemi di valutazione deboli e una digitalizzazione non accompagnata da una reale reingegnerizzazione dei processi finiscono per cristallizzare le inefficienze. Nel Mezzogiorno la situazione risulta più critica, non per un’inferiorità civica o amministrativa, ma per ragioni storiche e istituzionali. L’unificazione amministrativa ha esteso al Sud un modello burocratico pensato per contesti produttivi più dinamici, senza adeguati adattamenti.
In presenza di un settore privato debole, la funzione pubblica ha assunto anche un ruolo di stabilizzazione sociale, diventando in molte aree un importante serbatoio occupazionale. La minore pressione per regole semplici e prevedibili ha favorito pratiche discrezionali e intermediazioni improduttive. L’intreccio tra burocrazia e politica e una capacità esecutiva più fragile fanno sì che regole formalmente uniformi producano esiti molto diversi.
Contrastare la mala burocrazia, secondo la Cgia, richiede interventi sistemici: semplificazione normativa, chiarezza delle competenze, incentivi coerenti e una digitalizzazione realmente orientata ai processi e ai risultati. Riforme necessarie, ma che spesso incontrano forti resistenze proprio all’interno della macchina pubblica.



