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Pasdaran nella lista Ue dei terroristi, Iran avverte: “Conseguenze per l’Europa”

Rafforzata la presenza militare Usa. Trump parla di deterrenza e negoziati: “Sarebbe fantastico evitare escalation". Turchia e Onu tentano una mediazione
sabato, 31 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

La decisione dell’Unione europea, assunta il 29 gennaio, di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche ha aperto una fase di confronto diretto con Teheran, segnata da minacce incrociate, pressioni diplomatiche e segnali militari. In Europa la linea resta compatta. La Norvegia ha annunciato l’allineamento alle nuove sanzioni Ue contro individui ed entità ritenuti responsabili della repressione interna, mentre nel Regno Unito il governo prepara una legge per mettere al bando le Guardie rivoluzionarie come “agenzia statale ostile”, attribuendo alle forze di polizia poteri rafforzati di sequestro e controllo. Londra ha però chiarito che il provvedimento non seguirà un iter accelerato, per la complessità giuridica e diplomatica della misura.

La reazione iraniana

La risposta di Teheran è stata immediata. In un messaggio diffuso sui social, Ali Larijani, segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale, ha scritto che, in base a una risoluzione del Parlamento iraniano, “gli eserciti dei Paesi europei che hanno sostenuto la designazione dei Pasdaran saranno considerati organizzazioni terroristiche”. Una posizione ribadita anche dallo Stato maggiore delle Forze armate, che ha definito la scelta europea “irrazionale e provocatoria”, accusando Bruxelles di agire “in obbedienza alle politiche egemoniche di Stati Uniti e Israele”. Il ministero degli Esteri ha parlato di una decisione “illegale, ipocrita e ostile”, mentre i media iraniani riferiscono che il governo sta valutando contromisure operative, tra cui ispezioni speciali sulle navi dirette in Europa, l’espulsione degli addetti militari europei e la revoca dei protocolli di favore per i diplomatici.

Pressione militare tra Usa e Iran

Sul piano militare, la tensione resta elevata. Nelle ultime ore un cacciatorpediniere statunitense ha attraccato nel porto israeliano di Eilat, una presenza definita “rara” dai media locali, mentre continua l’afflusso di navi da guerra, aerei da rifornimento e caccia statunitensi nella regione. Funzionari americani hanno cercato di ridimensionare l’idea di un attacco imminente, sottolineando che Washington dispone di “sottomarini non rilevabili” e che “non tutto ciò che accade nella regione è legato all’Iran”. Da Teheran il messaggio resta opposto. Il portavoce dell’esercito iraniano ha dichiarato che “le basi statunitensi in Medio Oriente sono alla portata delle nostre armi” e che qualsiasi attacco verrebbe seguito da “una tempesta di fuoco” in grado di coinvolgere l’intera regione. Nel frattempo, il 30 gennaio Washington ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran, colpendo sette cittadini iraniani e almeno un’entità per il ruolo nella repressione delle proteste interne, tra cui il ministro dell’Interno Eskandar Momeni.

Trump tra deterrenza e aperture

Secondo indiscrezioni di stampa, al presidente Donald Trump sarebbero state presentate diverse opzioni militari, da attacchi mirati fino a possibili incursioni terrestri contro obiettivi strategici iraniani. Trump ha però ribadito di voler evitare un’escalation. “Ho parlato con l’Iran e lo farò di nuovo. Sarebbe fantastico non dover usare la forza”, ha detto, precisando di aver posto due condizioni: “No al nucleare e basta repressione”. Negli ultimi giorni il presidente ha confermato l’invio nella regione di una forza navale “molto più grande” rispetto a precedenti dispiegamenti, parlando di una finestra diplomatica che “non resterà aperta per sempre”. Un approccio che combina pressione militare e apertura negoziale e che alimenta l’incertezza su un possibile passaggio dalla deterrenza al confronto diretto. Secondo fonti iraniane, Teheran respinge qualsiasi ultimatum statunitense sul nucleare e sui missili balistici. Un alto funzionario ha affermato che l’Iran è disposto a negoziare solo se verrà riconosciuto il diritto a un programma nucleare pacifico, escludendo qualsiasi trattativa su armi convenzionali. In caso di attacco, ha avvertito, la risposta sarebbe immediata.

Mediazioni regionali e appello Onu

Sul fronte diplomatico, la Turchia prova a inserirsi come canale di de escalation. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha assicurato all’omologo iraniano Masoud Pezeshkian la disponibilità di Ankara a facilitare un dialogo tra Teheran e Washington, mentre a Istanbul sono in corso contatti tra le rispettive diplomazie. Un appello al dialogo è arrivato anche dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha chiesto di riaprire un canale negoziale, in particolare sul dossier nucleare, per evitare una crisi dalle “conseguenze devastanti per la regione”. Un invito che, per ora, si scontra con una dinamica in cui diplomazia e deterrenza continuano a muoversi in parallelo, senza reali garanzie di contenimento.

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