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Nasce DAPI: il primo registro pubblico che certifica identità digitale contro le deep fake

venerdì, 30 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Si tratta di un processo di certificazione strutturato, manuale e orientato agli aspetti legali, pensato per generare prove digitali verificabili e opponibili, riducendo al minimo l’esposizione dei contenuti on line (volto, voce e messaggi contro clonazioni e falsificazioni

Nel 2026 l’autenticità non è più un dato di fatto, ma una prova da esibire. Con la diffusione massiva di deepfake e clonazioni vocali dimostrare chi siamo è diventato un problema urgente. Il danno è immediato, mentre la smentita richiede mesi di perizie tecniche. In questo scenario debutta DAPI (Digital Authentication for Personal Identity), il primo registro pubblico progettato per proteggere l’identità e i contenuti prima che avvenga la clonazione.

Dalla difesa reattiva alla certificazione preventiva

Il cambio di paradigma proposto da DAPI risiede interamente nella prevenzione. Non si tratta di una semplice piattaforma automatizzata, ma di un processo di certificazione strutturato e manuale, che genera prove digitali opponibili in sede legale. Il sistema opera integrando due livelli di sicurezza: da un lato la certificazione privata della propria baseline d’identità, che comprende volto e voce, e, dall’altro, la pubblicazione in un registro consultabile tramite un codice univoco. Ogni contenuto associato riceve un hash crittografico e una marcatura temporale, che mette al sicuro l’originale prima che il mercato dei cloni possa corromperlo, offrendo una tracciabilità indipendente e verificabile nel tempo.

L’identità come capitale da proteggere

Questa necessità di “notarizzare” la propria identità digitale riflette una trasformazione profonda del nostro modo di stare online. In un’epoca in cui l’immagine personale è diventata una materia prima manipolabile l’individuo si trova costretto a rivendicare la proprietà del proprio simulacro digitale e dei contenuti soprattutto social. Il deepfake non è solo una falsificazione, ma un furto di agenzia che mette in crisi il concetto stesso di identità. DAPI interviene restituendo al soggetto il controllo della propria presenza pubblica, permettendo di certificarsi come gli unici registi della propria rappresentazione in rete. È un atto di difesa della propria unicità in un panorama dove ogni pixel può essere clonato.

I numeri di un’emergenza civile

Il contesto attuale non permette distrazioni, con i casi di impersonificazione basati su contenuti sintetici che nell’ultimo anno sono aumentati del 3.000%. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali è intervenuto con provvedimenti specifici per avvertire sui rischi sistemici legati alla manipolazione della realtà. DAPI risponde a questo vuoto rivolgendosi a chi è più esposto, dai CEO ai giornalisti, fino ai professionisti la cui reputazione è l’unico vero capitale. Non è più solo una questione di immagine, ma di sicurezza democratica in un ecosistema dove lo scetticismo è diventato la norma e la verità ha bisogno di una certificazione ufficiale per essere creduta.

Un presidio di fiducia digitale

L’innovazione ha senso solo se protegge la dignità e la rintracciabilità dell’umano. Il registro DAPI non nasce come una vetrina, ma come un atto di responsabilità verso la collettività. In un panorama dove la fiducia è ai minimi storici, avere un luogo di verifica indipendente permette di ricostruire un patto tra chi pubblica e chi consuma informazioni. Certificare la propria identità prima della clonazione significa smettere di essere vittime passive di un algoritmo e diventare attori consapevoli della propria sicurezza. In questo mare di contenuti sintetici, la certificazione preventiva resta l’unico modo per garantire che ciò che vediamo e sentiamo appartenga davvero a chi dichiara di averlo prodotto.

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