Con il rientro in Israele della salma di Ran Gvili, ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto nella Striscia di Gaza, si è chiuso ieri uno dei capitoli più dolorosi aperti dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Il sergente della polizia di frontiera era stato ucciso durante l’assalto e il suo corpo era rimasto in mano ai miliziani per oltre due anni. Il feretro è partito dalla base militare di Shura diretto a Meitar, sua città natale, accompagnato lungo il percorso da una folla silenziosa che ha sventolato bandiere israeliane per l’ultimo saluto.
A Tel Aviv, nella Hostage Square, si è fermato alle 17.35 di ieri l’orologio che dal 7 ottobre 2023 scandiva la prigionia dei 251 ostaggi rapiti da Hamas, dopo 843 giorni e 12 ore. Familiari ed ex ostaggi si sono riuniti nella piazza per una chiusura definita dall’Hostage Family Forum “simbolica, ma non di sollievo”, perché “la ferita della guerra resta aperta”. Nelle stesse ore, nuovi bombardamenti israeliani hanno colpito la Striscia di Gaza. Secondo fonti sanitarie locali, nelle ultime 48 ore sono stati recuperati due corpi e nove feriti sono stati ricoverati negli ospedali.
Il bilancio complessivo è salito a 71.662 morti e 171.428 feriti. Le autorità segnalano inoltre la morte di un neonato di dodici giorni per il freddo, portando a undici il numero dei bambini deceduti per ipotermia dall’inizio dell’inverno. Le organizzazioni umanitarie continuano a descrivere una situazione critica, con carenze di carburante, difficoltà di accesso agli aiuti e strutture sanitarie sotto pressione, soprattutto nel nord della Striscia.
Netanyahu: “Disarmo di Hamas”
In una conferenza stampa trasmessa ieri pomeriggio, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che, con il ritorno dell’ultimo ostaggio, Israele ha “completato una missione sacra”, chiarendo però che la guerra non entra in una fase di allentamento. “Ora siamo concentrati su due obiettivi: disarmare Hamas e smilitarizzare Gaza, rimuovendo armi e tunnel”, ha dichiarato. Netanyahu ha ribadito che Israele manterrà il controllo della sicurezza “dal fiume Giordano al mare”, escludendo qualsiasi ipotesi di Stato palestinese: “Ho sentito dire che permetterò la creazione di uno Stato palestinese, ma questo non è successo e non succederà”.
Nel corso dello stesso intervento, il premier ha accusato l’ex presidente statunitense Joe Biden di aver contribuito indirettamente alla morte di soldati israeliani a causa dell’embargo sulle armi imposto nel giugno 2024: “Alcuni nostri soldati sono caduti perché non avevamo munizioni”. Le dichiarazioni arrivano mentre restano forti le tensioni con parte dei partner occidentali e nuove critiche dell’opposizione, che accusa il governo di irrigidire ulteriormente la linea politica e militare.
Arabia Saudita: stop a operazioni contro Iran
Sul piano regionale, l’Arabia Saudita ha preso posizione sul rischio di escalation con l’Iran. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha assicurato al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che Riyadh non consentirà l’uso del proprio spazio aereo o del proprio territorio per operazioni militari contro Teheran, secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri saudita.
Siria: Mosca media, intesa con i curdi
Intanto, l’attenzione diplomatica si sposta sulla Siria. Il Cremlino ha confermato che oggi il presidente Vladimir Putin riceverà a Mosca il presidente siriano Ahmed al-Sharaa per discutere delle relazioni bilaterali e della situazione in Medio Oriente. Nelle stesse ore, i media di Damasco hanno riferito di un accordo preliminare tra il governo siriano e le forze curdo-siriane, che prevede un cessate il fuoco su tutti i fronti e l’avvio dell’integrazione delle milizie curde nelle istituzioni statali. L’intesa, se confermata, segnerebbe la fine dell’autonomia de facto del Rojava e un rafforzamento del controllo centrale nel nord-est del Paese, consolidando il ruolo di Mosca come garante politico e militare del processo.



