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Ue, stop al gas russo dal 2027. Nodo adesione di Kiev e tensioni sul Donbas

Ungheria e Slovacchia annunciano ricorso. Mosca attacca: “Ue vassalla”. Tajani: “Accuse propagandistiche”. Kiev ringrazia e chiede una data per l’adesione.
martedì, 27 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

L’Unione europea ha dato il via libera definitivo alla tabella di marcia che porterà allo stop totale delle importazioni di gas russo. Il regolamento prevede il divieto sul Gnl dall’inizio del 2027 e, successivamente, lo stop al gas trasportato via gasdotto nell’autunno dello stesso anno. La decisione, sostenuta dalla maggioranza dei Paesi membri, segna una svolta nella strategia energetica europea ma accentua le fratture interne, con Ungheria e Slovacchia pronte a ricorrere alla Corte di giustizia dell’Ue, definendo il provvedimento una forzatura giuridica e un danno per le rispettive economie.

Da Mosca sono arrivate reazioni durissime. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato l’Unione europea di aver “rinunciato alla libertà”, sostenendo che lo stop al gas russo trasformerebbe i Paesi europei in “vassalli soddisfatti o schiavi infelici”, una retorica rilanciata dal Cremlino come prova della subordinazione strategica dell’Ue. Di segno opposto le reazioni da Kiev. Il premier Denys Shmyhal ha definito lo stop al gas russo “una decisione di sicurezza prima ancora che economica”, sottolineando che l’indipendenza energetica europea rafforza la capacità di resistenza dell’Ucraina nel lungo periodo.

Adesione all’Ue

Sul piano politico, il Consiglio Affari generali ha ribadito il sostegno al percorso di adesione di Kiev all’Unione europea, senza però indicare una data. La presidenza di turno cipriota ha richiamato un processo “basato sul merito”, ricordando le riforme portate avanti dall’Ucraina nonostante la guerra, ma chiarendo che una scadenza formale non è stata discussa. Una linea confermata anche dalla Commissione europea, che considera l’adesione una garanzia di sicurezza, pur evitando riferimenti temporali vincolanti.

Diversa la posizione del presidente Volodymyr Zelensky, che da Vilnius ha chiesto una data chiara, indicando il 2027 come obiettivo politico e la prima metà del 2026 come traguardo tecnico. Zelensky ha inoltre denunciato la gravità della crisi energetica: a Kiev oltre 1.200 edifici residenziali restano senza riscaldamento dopo i raid russi, mentre blackout e interruzioni d’emergenza colpiscono anche Kharkiv e altre regioni.

Mosca insiste sul Donbas

Sul fronte diplomatico, il Cremlino mantiene una linea rigida. Mosca continua a considerare “fondamentale” la cessione dell’intero Donbas come condizione per un accordo di pace, richiamando la cosiddetta “formula di Anchorage”. Il portavoce Dmitry Peskov ha parlato di colloqui “costruttivi” ad Abu Dhabi, avvertendo però che il percorso verso un’intesa sarà “lungo e complesso”.

Fonti occidentali segnalano tuttavia che, nei contatti riservati, i negoziatori russi mostrerebbero toni più pragmatici rispetto alle dichiarazioni pubbliche. In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito “gratuite e propagandistiche” le accuse russe contro l’Ue, ribadendo che l’Europa “non è in guerra con la Russia”, pur ricordando la responsabilità di Mosca nell’aggressione all’Ucraina e la necessità, a conflitto concluso, di riaprire un confronto politico.

Germania e Nato

La Germania ha espresso crescente impazienza. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha accusato Mosca di “ostinazione” sulle rivendicazioni territoriali e ha chiesto un rafforzamento delle misure contro la cosiddetta flotta ombra russa, utilizzata per aggirare le sanzioni petrolifere, evidenziando anche i rischi ambientali per il Mar Baltico. Sul piano finanziario, la Nato spinge per maggiore flessibilità nel sostegno a Kiev.

Il segretario generale Mark Rutte ha invitato l’Ue a non vincolare rigidamente l’utilizzo del prestito da 90 miliardi di euro, sottolineando che l’industria europea della difesa non è ancora in grado di fornire rapidamente quanto necessario all’Ucraina. A sostegno del pacchetto è intervenuto anche il Fondo monetario internazionale: la direttrice Kristalina Georgieva ha affermato che senza i fondi europei “non sarebbe possibile mantenere un programma di sostegno”, aggiungendo che Kiev “ha guadagnato ogni centesimo” ricevuto, anche grazie a entrate fiscali pari a circa il 36% del Pil nonostante la guerra.

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