Secondo la visione presentata, Gaza non dovrebbe semplicemente essere ricostruita, ma completamente ripensata. Il progetto immagina una nuova configurazione della Striscia, con quartieri moderni, zone residenziali di alto profilo, distretti finanziari e turistici, e una skyline segnata da grattacieli e complessi di lusso affacciati sul Mediterraneo. Un modello concepito per attrarre investimenti internazionali, capitali privati e turismo, trasformando Gaza in un hub economico regionale.
Al World Economic Forum di Davos è stata presentata una delle proposte più discusse degli ultimi anni: un piano internazionale per la ricostruzione della Striscia di Gaza, devastata da oltre due anni di guerra. L’iniziativa, illustrata da Jared Kushner nel quadro del lancio del nuovo organismo denominato Board of Peace, propone una trasformazione radicale del territorio, non solo sul piano infrastrutturale, ma anche su quello economico e urbano.
Il piano prevede una ricostruzione progressiva, che partirebbe dalle aree meridionali con la riapertura del valico di Rafah, spostandosi gradualmente verso nord fino a Gaza City, accompagnata dalla realizzazione di nuove infrastrutture strategiche: porti, collegamenti, aree logistiche, reti di trasporto e servizi urbani completamente rinnovati. L’obiettivo dichiarato è creare centinaia di migliaia di posti di lavoro e dare alla popolazione locale un futuro economico stabile.

Tuttavia, la proposta è subordinata a una condizione politica cruciale: la smilitarizzazione di Hamas e la riorganizzazione del sistema di sicurezza. Secondo i promotori, la ricostruzione sarebbe possibile solo in presenza di un nuovo assetto politico e militare, con una forte supervisione internazionale. È su questo punto che emergono molte delle critiche, perché la questione della governance futura di Gaza rimane vaga e fortemente controversa.
Non meno problematico è il modello di sviluppo proposto. La presenza di quartieri di lusso, grattacieli e zone ad alto valore immobiliare solleva interrogativi sulla reale inclusività del progetto. Il rischio, secondo diverse ONG e analisti, è che la ricostruzione si traduca in una forma di gentrificazione su scala geopolitica, dove il territorio viene ripensato senza un reale protagonismo della popolazione locale.
Anche il tema dei finanziamenti resta opaco. Si parla di investimenti che superano i 25 miliardi di dollari, ma senza un quadro chiaro sulle fonti, sui meccanismi di controllo e sulla distribuzione delle risorse. Diversi paesi europei non hanno aderito al “Board of Peace” e osservatori internazionali si interrogano sulla fattibilità e sulle implicazioni politiche di un piano che propone una forte presenza di attori internazionali nella governance post-conflitto di Gaza.
La presentazione di Davos segna in ogni caso un cambio di paradigma: Gaza entra nel linguaggio dei grandi progetti globali, non più solo in quello dell’emergenza. Resta ora da capire se questa visione riuscirà a tradursi in un processo realmente condiviso, capace di tenere insieme sviluppo economico, diritti, rappresentanza e stabilità politica.




