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Iran, il regime rivendica “ordine ripristinato”, ma cresce la pressione internazionale. Pahlavi: “Tornerò a guidare la transizione”

Gli Usa inviano forze nella regione: “Tutte le opzioni aperte”. L’Iran all'ONU: “Usa e Israele responsabili del sangue versato”. Blackout prolungato fino a fine marzo. Putin telefona a Pezeshkian e Netanyahu
sabato, 17 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Mentre a Roma alcune centinaia di persone manifestavano davanti alla Farnesina chiedendo al governo italiano la chiusura delle ambasciate tra Italia e Iran, la repressione delle proteste entrava in una nuova fase, accompagnata da una crescente escalation diplomatica e militare sul piano internazionale. Durante la preghiera del venerdì a Teheran, il religioso Ahmad Khatami ha chiesto apertamente la pena di morte per i manifestanti arrestati, definendoli “maggiordomi di Netanyahu e soldati di Trump” e accusando gli Stati Uniti di voler “disintegrare il Paese”. Il capo della polizia iraniana, il generale Ahmad-Reza Radan, ha dichiarato che “l’ordine è stato ripristinato”, rivendicando la fine dei disordini scoppiati il 28 dicembre. “Per grazia di Dio e con la presenza consapevole del popolo, l’ultimo chiodo è stato piantato nella bara del terrorismo”, ha affermato in un’intervista alla Press TV, sostenendo che la cooperazione tra cittadini e forze di sicurezza sia stata “il segreto di questa vittoria”. Secondo i media vicini al regime, almeno 3.000 persone sono state arrestate con l’accusa di aver preso parte a una “rivolta terroristica”. I dati diffusi dall’agenzia Tasnim sono però contestati dagli attivisti di Hrana, che stimano oltre 19.000 arresti e migliaia di vittime. Le ong parlano di più di 2.500 morti, mentre NetBlocks ha confermato che il blackout di Internet ha superato le 180 ore, diventando il più lungo mai registrato nel Paese. Le autorità hanno annunciato che il blocco resterà in vigore almeno fino a Nowruz, il Capodanno persiano di fine marzo, “per ragioni di sicurezza”. Secondo osservatori e attivisti, non si tratterebbe di una misura temporanea ma di una scelta politica deliberata, che di fatto sospende per mesi ogni possibilità di comunicazione indipendente e di verifica esterna sulla repressione in corso. Sul fronte politico, dagli Stati Uniti è intervenuto Reza Pahlavi, che in una conferenza stampa a Washington ha dichiarato: “Tornerò in Iran, sono l’unico che può garantire una transizione stabile”. Il figlio dell’ultimo scià si è detto certo che “il potere degli ayatollah cadrà” e che il suo nome viene invocato dai manifestanti. Anche il mondo culturale iraniano in esilio ha preso posizione. Il regista Jafar Panahi, parlando al Guardian, ha dichiarato che “è impossibile per questo governo reggersi in piedi” e che il blackout della rete rappresentava “il segnale di un massacro imminente”. “Il regime crollerà, al 100%”, ha aggiunto, pur ammettendo che nessuno può prevederne i tempi.

Washington rafforza la presenza militare

Intanto, secondo NBC, il Pentagono si prepara a rafforzare la presenza militare statunitense in Medio Oriente. La portaerei USS Abraham Lincoln ha lasciato l’area indo-pacifica dirigendosi verso ovest, mentre la Casa Bianca ribadisce che “tutte le opzioni restano sul tavolo”. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore statunitense Michael Waltz ha dichiarato che Donald Trump è “un uomo d’azione” e che “l’Iran governa con repressione e violenza: adesso basta”. Secondo il Wall Street Journal, all’interno dell’amministrazione è in corso un dibattito sull’efficacia di un eventuale attacco su larga scala, che diversi consiglieri ritengono insufficiente a provocare il crollo del regime iraniano.

Isolamento diplomatico

La crisi ha ormai assunto una dimensione globale. La Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha ritirato l’invito ai rappresentanti del governo iraniano, giudicandolo “inappropriato” alla luce della repressione. La Nuova Zelanda ha chiuso temporaneamente la propria ambasciata a Teheran, evacuando il personale diplomatico. L’Unione europea ha chiesto lo stop immediato alle esecuzioni dei manifestanti. “Ci opponiamo all’uso della pena capitale in ogni circostanza”, ha dichiarato il portavoce della Commissione Anouar El Anouni, precisando che “il cambio di regime non fa parte della politica dell’Ue”, ma che le proteste rappresentano “un movimento legittimo e autentico”. Una linea che conferma la cautela europea: sostegno alle rivendicazioni civili, ma nessuna legittimazione esplicita a un’alternativa di potere. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Teheran ha intanto accusato Stati Uniti e Israele di essere “responsabili del sangue versato”. Russia e Cina hanno sostenuto la linea della sovranità iraniana, mentre Mosca ha invitato le “teste calde americane” a evitare un nuovo attacco. Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto colloqui telefonici sia con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ribadendo la disponibilità russa a svolgere un ruolo di mediazione.

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