Il presidente Donald Trump ha dichiarato che l’Iran avrebbe interrotto le esecuzioni dei manifestanti, sostenendo che la decisione di Teheran sarebbe legata ai timori internazionali per la sorte di Erfan Soltani, il 26enne condannato a morte con un processo lampo e indicato dalle ONG come la prima vittima di una nuova ondata di impiccagioni politiche. “Siamo stati informati che le uccisioni si stanno fermando, si sono fermate, e non ci sono piani di esecuzioni”, ha affermato Trump nello Studio Ovale. La vicenda di Soltani ha catalizzato l’attenzione globale. Arrestato pochi giorni prima, il giovane è stato condannato a morte in appena due giorni di processo, secondo quanto riferito da un parente alla BBC Persian e riportato da TG La7. L’esecuzione era prevista per il 14 gennaio, con la famiglia convocata in carcere per quello che molti attivisti temevano fosse l’ultimo incontro. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano una repressione senza precedenti: secondo Iran Human Rights, i morti nelle proteste sarebbero almeno 2.571, mentre altre ONG parlano di cifre ancora più alte. Amnesty International ha definito il caso Soltani un esempio di “processi rapidi ed esecuzioni arbitrarie” utilizzati per reprimere il dissenso. Trump, che nei giorni precedenti aveva minacciato “azioni forti” contro Teheran in caso di impiccagioni, ha lasciato intendere che la sospensione delle esecuzioni potrebbe allontanare l’ipotesi di un intervento militare immediato. “Spero che sia vero”, ha aggiunto, avvertendo però che gli Stati Uniti “verificheranno attentamente” la situazione. A Teheran, intanto, il regime non conferma né smentisce. Il silenzio alimenta l’incertezza, mentre le proteste continuano e il blackout di Internet rende difficile verificare le informazioni. Il destino di Erfan Soltani resta così il simbolo di una crisi che intreccia diritti umani, geopolitica e la crescente pressione internazionale sul governo iraniano.



