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Donald Trump, Presidente Usa

Iran, Trump ritira il personale militare da basi in Medio Oriente. Fonti: “Attacco imminente”

Possibile azione militare nelle prossime 24 ore.Teheran minaccia ritorsioni. Almeno 12mila vittime secondo i dissidenti, 132 ore di blackout: repressione senza precedenti e allerta globale
giovedì, 15 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

La crisi iraniana entra in una fase di massima tensione, con il rischio concreto di un’escalation militare internazionale. Secondo due fonti europee citate ieri da Reuters, un attacco statunitense contro obiettivi iraniani sarebbe “probabile nelle prossime 24 ore”.

Washington ha intanto avviato il ritiro precauzionale di parte del proprio personale militare da alcune basi in Medio Oriente, inclusa Al Udeid in Qatar, la più grande installazione americana nella regione. Fonti statunitensi spiegano che la misura è legata all’innalzamento del livello di allerta. Teheran ha risposto avvertendo i Paesi vicini che, in caso di attacco, colpirà le basi Usa presenti nella regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia. Sul piano diplomatico, Ankara risulta in contatto sia con Washington sia con Teheran nel tentativo di favorire una ripresa dei negoziati.

Tuttavia, secondo una fonte regionale citata dalla Cnn, il ritmo dei contatti sarebbe troppo lento rispetto alla rapidità con cui si stanno muovendo gli sviluppi militari. Nel frattempo, Donald Trump continua a lanciare messaggi di sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che gli aiuti “stanno arrivando”. Media americani riferiscono che l’amministrazione Usa avrebbe ricevuto un dossier con una lista di 50 obiettivi militari sensibili, tra cui il quartier generale Thar-Allah delle Guardie della Rivoluzione, considerato il centro operativo della repressione a Teheran.

Repressione e bilanci

Sul piano interno, la repressione resta durissima. A Teheran migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di membri delle forze di sicurezza uccisi negli scontri, mentre video diffusi sui social mostrano folle che gridano “Morte a Khamenei” negli obitori della capitale. Secondo l’opposizione, la rivolta ha coinvolto 207 città, anche se un’analisi di think tank statunitensi segnala un calo delle proteste visibili negli ultimi giorni, probabilmente dovuto all’intensificarsi della repressione. Il blackout quasi totale di Internet ha superato le 132 ore consecutive, rendendo estremamente difficile la verifica indipendente delle informazioni.

Secondo Iran International, che cita fonti governative interne, le vittime della repressione potrebbero essere almeno 12mila, soprattutto tra l’8 e il 9 gennaio, durante il picco delle operazioni di sicurezza. Un bilancio che, se confermato, rappresenterebbe il più grave della storia contemporanea del Paese. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano un uso sistematico della violenza e della coercizione. L’agenzia Hrana riferisce che almeno 97 “confessioni” di manifestanti trasmesse dalla tv di Stato sarebbero state estorte sotto tortura.

Testimonianze raccolte da Iran Wire parlano di ospedali al collasso, spari continui e uso di armi pesanti contro i civili. “Non avevo mai visto nulla di simile, nemmeno durante i terremoti”, ha raccontato un medico iraniano sotto anonimato. Sul fronte giudiziario, il ministro della Giustizia Amin Hossein Rahimi ha dichiarato che chiunque sia sceso in piazza dall’8 gennaio è da considerarsi un criminale. La magistratura ha promesso “processi rapidi” per centinaia di arrestati.

Ieri era attesa l’esecuzione di Erfan Soltani, 26 anni, condannato a morte dopo un processo durato appena due giorni, alimentando i timori di un uso esteso della pena capitale. Emergono inoltre accuse di estorsioni sistematiche. Secondo fonti locali e Iran International, le Guardie della Rivoluzione avrebbero chiesto alle famiglie delle vittime fino a 4.200 euro per la restituzione dei corpi e come “rimborso” per le munizioni utilizzate. In diversi casi sarebbero state effettuate irruzioni notturne nelle abitazioni dei familiari, accompagnate da intimidazioni e saccheggi.

Posizione internazionale

Sul piano internazionale, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che in Iran si trovano circa 600 cittadini italiani, sottolineando che la loro sicurezza rappresenta la priorità assoluta del governo. La Cina ha ribadito la propria opposizione a qualsiasi ingerenza esterna, mettendo in guardia contro l’uso o la minaccia della forza. Nelle ultime ore sono arrivati anche richiami formali alla moderazione da parte delle Nazioni Unite, con l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani che ha espresso “grave preoccupazione” per l’uso della forza contro i civili e per l’assenza di garanzie processuali per i manifestanti arrestati. In Europa, Francia e Germania hanno invitato tutte le parti alla de-escalation e al rispetto del diritto internazionale, pur senza assumere posizioni operative.

Resta infine sullo sfondo la dimensione economica della crisi. Un eventuale attacco statunitense all’Iran avrebbe ripercussioni dirette sui mercati energetici e sulle rotte del Golfo, in una fase già segnata da forti tensioni globali, trasformando il dossier iraniano in un fattore di instabilità non solo regionale ma sistemica.

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