L’Iran alza il livello dello scontro con gli Stati Uniti mentre prosegue una repressione senza precedenti delle proteste interne. Dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha annunciato sostegno ai manifestanti e minacciato “azioni molto forti”, Teheran ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense sarà seguito da bombardamenti contro le basi Usa nella regione.
Secondo funzionari iraniani citati da Reuters, il messaggio è stato trasmesso anche ai Paesi vicini, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia, invitati a impedire un’azione militare americana. In parallelo, Washington ha invitato i cittadini statunitensi a “lasciare immediatamente l’Iran”, mentre Trump ha annunciato dazi del 25 per cento contro chi commercia con Teheran.
Il canale diplomatico appare ormai congelato. Le comunicazioni dirette tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’inviato statunitense Steve Witkoff risultano sospese, un ulteriore segnale di come il confronto stia scivolando rapidamente verso una logica di forza. In questo quadro si inserisce anche l’appello dall’esilio di Reza Pahlavi, che ha invitato l’esercito a schierarsi con i cittadini, rafforzando, agli occhi di Teheran, la narrativa di un tentativo di cambio di regime orchestrato dall’esterno.
Sul fronte interno, il linguaggio del regime non lascia spazio a interpretazioni. Il ministro della Giustizia Amin Hossein Rahimi ha dichiarato che “chiunque sia sceso in piazza dall’8 gennaio in poi è sicuramente considerato un criminale”. Il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha promesso processi “rapidi” per i manifestanti arrestati, con udienze che potrebbero svolgersi in pubblico.
In questo contesto si colloca il caso di Erfan Soltani, 26 anni, arrestato durante le proteste a Fardis e condannato a morte al termine di un processo durato appena due giorni. Secondo la famiglia, l’esecuzione sarebbe prevista per oggi, un segnale che molti osservatori interpretano come un messaggio intimidatorio diretto alle piazze.
Sul piano internazionale, la Cina ha invitato Washington a fermare “ingerenze e minacce di uso della forza”, mentre la Russia accusa l’Unione europea di sostenere apertamente un tentativo di ribellione. L’Italia, attraverso Palazzo Chigi, ha chiesto alle autorità iraniane di garantire il rispetto dei diritti e l’incolumità dei manifestanti.
Blackout e numeri inconciliabili
Secondo il Consiglio nazionale iraniano per la resistenza, la rivolta si è estesa a 207 città, con scontri a Teheran, Isfahan, Ahvaz, Kermanshah e in molte altre località. Nella capitale, le autorità hanno evacuato i dormitori universitari e spostato online gli esami, mentre in diverse città sono stati eretti muri di cemento per bloccare l’accesso alle aree centrali.
Un’analisi del Critical Threats Project suggerisce tuttavia che negli ultimi giorni le proteste si sarebbero attenuate, passando da oltre 150 manifestazioni quotidiane a meno di dieci. Un calo che potrebbe riflettere sia l’efficacia della repressione sia l’impatto dell’isolamento informativo.
Il blackout di Internet dura infatti da oltre 132 ore consecutive, come confermato dal gruppo di monitoraggio NetBlocks, rendendo estremamente difficile verificare quanto sta accadendo nel Paese. Le autorità iraniane parlano di circa 3.000 morti dall’inizio delle proteste, mentre l’opposizione e media in esilio arrivano a stimare fino a 20.000 vittime. Iran International sostiene che almeno 12.000 persone sarebbero state uccise nei giorni più violenti della repressione, in gran parte tra l’8 e il 9 gennaio.
Secondo Human Rights Activists News Agency, i morti accertati sarebbero almeno 2.571, in larga maggioranza manifestanti, con oltre 18.000 arresti. Numeri che, per ampiezza, riportano alla memoria solo i giorni caotici della rivoluzione del 1979. E che spiegano perché, mentre il mondo discute di deterrenza e diplomazia, in Iran la questione centrale resti una sola: il costo umano di una repressione ormai fuori controllo.




Questo “Confuso” ancora non ha captio che proprio il suo popolo ne ha piene le scatole di lui, della sua arroganza e della dittatura teocratica.