L’Iran entra nella terza settimana consecutiva di proteste con un bilancio umano sempre più grave e un’escalation di tensioni internazionali. Nella notte nuove manifestazioni hanno attraversato Teheran e decine di altre città, mentre prosegue il blackout quasi totale di Internet, imposto da oltre 60 ore. Secondo la Ong Human Rights Activists News Agency, la repressione ha causato almeno 116 morti accertati e oltre 2.600 arresti, ma il numero reale delle vittime potrebbe essere molto più alto. La rivista Time parla di 217 morti nella sola giornata di ieri nella capitale, mentre la CNN raccoglie testimonianze di “corpi ammucchiati negli ospedali” e strutture sanitarie ormai vicine al collasso. bSul piano interno, il regime alza il livello dello scontro. Il comandante della polizia nazionale, Sardar Radan, ha dichiarato che “il livello di confronto con i rivoltosi è aumentato” e ha annunciato “arresti importanti” tra quelli che definisce i capi dei disordini. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha invitato la magistratura a usare il “pugno di ferro” contro i manifestanti. I media di Stato parlano di migliaia di persone scese in piazza per condannare le proteste anti regime, definite “sostenute dall’estero”.
La Guida Suprema, Ali Khamenei, è tornata a intervenire sui social, ribadendo che “la Repubblica islamica non si sottometterà agli stranieri” e invitando Donald Trump a “occuparsi degli Stati Uniti”. Un messaggio che arriva mentre cresce la pressione internazionale e il rischio di un allargamento del conflitto. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che in caso di attacco “Usa e Israele saranno obiettivi legittimi” e che Teheran risponderà duramente.
Opzioni militari
Secondo il New York Times e il Wall Street Journal, l’amministrazione statunitense ha presentato a Trump un ventaglio di opzioni militari, compresi possibili attacchi su larga scala contro siti militari iraniani o contro apparati di sicurezza responsabili della repressione. Fonti della Casa Bianca precisano però che non esiste ancora una decisione definitiva e che non sono stati avviati movimenti di truppe o mezzi in preparazione di un raid. I vertici militari avrebbero messo in guardia dal rischio di un effetto boomerang, capace di ricompattare il Paese e innescare rappresaglie contro obiettivi statunitensi nella regione. Israele segue gli sviluppi in stato di massima allerta. Il primo ministro Benjamin Netanyahu riunirà martedì il gabinetto politico e di sicurezza. Secondo i media statunitensi, Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico con il segretario di Stato Marco Rubio, incentrato sulle proteste in Iran, sulla situazione in Siria e sull’accordo di pace a Gaza. Le forze di sicurezza israeliane si preparano allo scenario di un eventuale intervento Usa e a possibili reazioni iraniane.
Sul terreno, intanto, continuano a emergere storie emblematiche della repressione. L’associazione Nessuno tocchi Caino ha denunciato l’uccisione di Robina Aminian, studentessa curda di 24 anni, colpita alla testa da distanza ravvicinata durante le proteste a Teheran. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, è la ventitreesima vittima curda documentata dall’inizio delle manifestazioni. A Isfahan, tra le vittime si contano anche un bambino di due mesi e una trentina di poliziotti, mentre i media di Stato riferiscono di funerali di gruppo per otto militari morti negli scontri.
Dall’opposizione in esilio, Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, parla di una rivolta estesa ormai a circa 190 città e chiede alla comunità internazionale di riconoscere apertamente la lotta del popolo iraniano contro quella che definisce una “dittatura religiosa”. Un appello che si intreccia con l’incertezza delle cancellerie occidentali, divise tra la condanna della repressione e il timore che un intervento militare possa precipitare l’intera regione in una nuova guerra.


