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Iran, repressione totale dopo due settimane di proteste. ONG: ospedali al collasso

Blackout di Internet, scuole chiuse, Pasdaran in allerta, 217 vittime e arresti in 31 province. Fonti sanitarie parlano di centinaia di morti
domenica, 11 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

L’Iran è entrato nel quindicesimo giorno consecutivo di proteste diffuse, mentre il regime ha innalzato il livello di allerta delle forze armate, esteso il blackout di Internet e annunciato la chiusura delle scuole. Le manifestazioni, esplose a fine dicembre per il crollo della valuta nazionale e il carovita, si sono estese a gran parte del Paese e hanno innescato una delle più dure repressioni degli ultimi anni. Secondo NetBlocks, il blackout di Internet a livello nazionale dura ormai da oltre 36 ore, limitando gravemente le comunicazioni.

Le autorità hanno annunciato la chiusura di tutte le scuole, con lezioni a distanza, mentre l’Università di Teheran terrà gli esami in presenza. Le informazioni continuano ad arrivare in modo frammentario a causa del blocco quasi totale delle comunicazioni, ma secondo l’ong Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, il bilancio delle proteste è salito ad almeno 65 morti e 2.311 arresti dal 28 dicembre. Hrana riferisce di manifestazioni in 512 località di 180 città, in 31 province. In un aggiornamento successivo, l’ong ha parlato di 72 vittime e oltre 2.300 arresti, precisando che i suoi conteggi includono solo casi verificati e identificati. Numeri molto più alti emergono però da fonti sanitarie.

Un medico di Teheran, citato dalla rivista Time a condizione di anonimato, ha dichiarato che solo sei ospedali della capitale avrebbero registrato almeno 217 morti tra i manifestanti nella serata di giovedì, “la maggior parte colpiti da proiettili veri”. Secondo il medico, le autorità avrebbero rimosso i corpi dagli ospedali nella giornata di ieri. Time sottolinea che la discrepanza tra le cifre può dipendere da diversi standard di segnalazione. Le autorità iraniane hanno confermato la morte di diversi agenti delle forze di sicurezza.

Tre poliziotti sono stati uccisi negli scontri a Shiraz, un altro in un attacco armato a un commissariato nella provincia di Qazvin e due agenti sono stati accoltellati a Qom. A Baharestan, vicino Teheran, sono stati arrestati 100 presunti rivoltosi, accusati di aver usato armi da fuoco e da taglio. Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha dichiarato che i “mandanti dei disordini” saranno trattati “senza clemenza”, definendo i manifestanti un “gruppo urbano quasi terroristico”.

Ospedali sopraffatti e prove video

La BBC ha raccolto testimonianze di medici e operatori sanitari secondo cui diversi ospedali sono ormai “sopraffatti” dal numero di feriti. Un medico ha riferito che l’ospedale oculistico Farabi di Teheran è entrato in modalità crisi e che mancano chirurghi per far fronte all’afflusso. Da Shiraz, un’altra fonte sanitaria ha parlato di numerosi feriti con colpi d’arma da fuoco alla testa e agli occhi. Intanto, un video girato a Fardis, nei pressi di Karaj, mostra diverse persone distese a terra dopo le proteste di giovedì sera. Il filmato, verificato dalla piattaforma iraniana di fact-checking Factnameh, risulta autentico e mostra almeno sette persone immobili, alcune in condizioni critiche.

Khamenei mobilita i Pasdaran

Secondo quanto riferito al Telegraph da funzionari iraniani, la Guida Suprema Ali Khamenei ha posto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica in uno stato di allerta “più alto che durante la guerra con Israele” dello scorso giugno. Khamenei, spiegano le fonti, si affida quasi esclusivamente ai Pasdaran, ritenendo “pressoché inesistente il rischio di defezioni”, a differenza di esercito e polizia. Le Guardie Rivoluzionarie hanno ribadito che la difesa dei risultati della Rivoluzione islamica del 1979 rappresenta una “linea rossa”. Il capo dell’esercito, il generale Amir Hatami, ha accusato il “nemico” di fomentare le proteste e ha assicurato che l’Iran “proteggerà con forza i suoi interessi nazionali”.

Pressioni e reazioni internazionali

Sul piano internazionale, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha scritto su X che “gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano”. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha chiesto al presidente Donald Trump di intervenire “per aiutare il popolo iraniano”. Teheran ha respinto le accuse, attribuendo le violenze a “agenti terroristi” sostenuti da Stati Uniti e Israele. L’ambasciatore iraniano all’Onu ha accusato Washington di aver trasformato proteste pacifiche in rivolte violente. Gli Stati Uniti hanno risposto definendo tali accuse “deliranti”. Da Israele, il premier Benyamin Netanyahu ha avvertito che “se l’Iran ci attacca, ci saranno conseguenze terribili”, mentre fonti della sicurezza israeliana parlano di un regime “per la prima volta a rischio concreto”, pur senza segnali immediati di collasso.

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