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Iran, 217 morti dall’inizio delle proteste e ospedali al collasso. Trump minaccia un intervento degli Usa

sabato, 10 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Un’altra notte di proteste ha attraversato l’Iran, con manifestazioni segnalate in 46 città di 21 province e una repressione che, secondo fonti mediche, sta portando il sistema sanitario vicino al collasso. La situazione resta difficile da verificare in modo indipendente a causa del blackout quasi totale di internet, in vigore da oltre 36 ore, ma i dati disponibili delineano un quadro di forte escalation.
Secondo fonti mediche citate dalla rivista Time, almeno 217 manifestanti sarebbero stati uccisi solo a Teheran. Un medico della capitale, che ha parlato in forma anonima, ha riferito che sei ospedali avrebbero registrato questo numero di morti, “la maggior parte a causa di proiettili veri”. Le autorità avrebbero rimosso i cadaveri dagli ospedali e molte vittime sarebbero giovani, alcuni colpiti “sul colpo” quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro i manifestanti fuori da una stazione di polizia nel nord della città. Attivisti parlano di almeno 30 persone colpite in quell’episodio.
Le cifre restano controverse. Le organizzazioni per i diritti umani avevano inizialmente indicato 51 vittime, mentre la Human Rights Activist News Agency, che conta solo i morti identificati, parla di 63 decessi, di cui 49 civili. Time precisa di non essere stata in grado di verificare in modo indipendente i dati più elevati.
La pressione sugli ospedali è confermata anche dalla BBC. Medici di Teheran e della città di Shiraz hanno riferito che le strutture sono “sopraffatte” dal numero di feriti. L’ospedale oculistico Farabi, principale centro specialistico della capitale, sarebbe entrato in modalità crisi, con interventi non urgenti sospesi. A Shiraz, secondo un altro medico, mancherebbero chirurghi sufficienti e molti feriti presenterebbero lesioni da arma da fuoco alla testa e agli occhi.

Accuse tra Teheran e Washington

L’ambasciatore iraniano all’Onu, Saeed Iravani, ha accusato gli Stati Uniti di aver trasformato proteste pacifiche in “violente rivolte”, denunciando “ingerenze attraverso minacce, provocazioni e incitamento alla violenza”, definite una violazione della Carta delle Nazioni Unite.
Le Guardie Rivoluzionarie hanno ribadito che la difesa dei risultati della Rivoluzione islamica del 1979 è una “linea rossa”. Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha affermato che i responsabili dei disordini saranno trattati “senza clemenza”, definendo i rivoltosi “un gruppo urbano quasi terroristico”.
La Guida Suprema Ali Khamenei ha accusato i manifestanti di “distruggere proprietà pubbliche per compiacere il presidente statunitense”, invitando Donald Trump a “occuparsi dei problemi degli Usa”. I media iraniani parlano di violenze provocate da “agenti terroristi di Usa e Israele”.
Washington ha respinto le accuse definendole “deliranti”. Il segretario di Stato Marco Rubio ha scritto su X che “gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo dell’Iran”, mentre Trump ha ribadito che Washington è “pronta a colpire il regime se reprime le manifestazioni”. Sulla stessa linea l’appello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che ha chiesto un intervento a sostegno della popolazione.

Israele osserva

Dal fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “le rivoluzioni si fanno meglio dall’interno”, avvertendo però che “se l’Iran ci attacca, ci saranno conseguenze terribili”. Netanyahu ha anche affermato di voler interrompere entro un decennio gli aiuti alla sicurezza statunitensi, sostenendo che Israele ha ormai sviluppato capacità autonome.
Secondo un alto funzionario citato da Channel 12, per la prima volta dall’inizio delle proteste emergerebbero segnali concreti di rischio per la stabilità del regime iraniano, pur senza aver ancora raggiunto una massa critica tale da portare a un collasso immediato.

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