All’ONU monta la polemica dopo che Iran, Cina e Cuba sono stati chiamati a supervisionare alcuni organismi legati ai diritti umani, una decisione che ha scatenato indignazione tra diplomatici, attivisti e organizzazioni non governative. La notizia, rimbalzata nelle capitali occidentali, ha riacceso il dibattito sulla credibilità delle istituzioni multilaterali e sulla loro capacità di tutelare i principi che dichiarano di difendere.
Per molti osservatori, affidare ruoli di controllo a governi accusati di repressione interna e limitazioni sistematiche delle libertà civili rappresenta una contraddizione difficile da giustificare. Le critiche più dure arrivano dalle democrazie che, pur sedendo negli stessi consessi, non sono riuscite a impedire la nomina dei tre Paesi. Alcuni diplomatici parlano di un “fallimento politico” e di un sistema di votazioni che premia logiche di blocco piuttosto che la tutela dei diritti fondamentali.
Le ONG ricordano che Iran, Cina e Cuba sono stati più volte richiamati da organismi indipendenti per violazioni che vanno dalla censura alla detenzione arbitraria, fino alla repressione delle minoranze. Affidare loro funzioni di supervisione, sostengono, rischia di minare la fiducia nell’intero impianto delle Nazioni Unite.
La decisione è stata accolta con sconcerto anche da parte di alcuni funzionari interni all’ONU, che temono un effetto domino: se Paesi con un simile curriculum possono ottenere ruoli chiave, il rischio è che altri governi autoritari rivendichino posizioni analoghe, indebolendo ulteriormente la capacità dell’organizzazione di esercitare pressioni credibili.
Alcuni analisti sottolineano che la scelta riflette gli equilibri geopolitici attuali, in cui le democrazie faticano a mantenere un fronte compatto mentre le potenze emergenti consolidano la loro influenza. Nel frattempo, le associazioni per i diritti umani chiedono una revisione urgente dei criteri di selezione e maggiore trasparenza nei processi decisionali.





