La pace in Medio Oriente si presenta, oggi più che mai, come una presenza negativa: non un ordine stabile, ma l’intervallo precario tra una crisi e l’altra. È una pace che si definisce per sottrazione, come sospensione della violenza più che come costruzione di un equilibrio condiviso.
In questo vuoto si innestano ciclicamente nuove escalation, nuove fratture, nuove narrazioni contrapposte, mentre la comunità internazionale oscilla tra dichiarazioni di principio, pressioni selettive e iniziative diplomatiche che raramente riescono a incidere sulle cause profonde del conflitto. Ancora più rilevante è la guerra in Iran, che assume aspetti globali e non solo sul piano energetico.
L’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas e la successiva risposta militare di Israele hanno segnato una cesura netta, trasformando una crisi cronica in un conflitto a geometria variabile e a più livelli. Non si tratta più soltanto di uno scontro israelo-palestinese, ma di un sistema di tensioni interconnesse che coinvolge Gaza, il Libano meridionale, la Siria, lo Yemen e, in modo sempre più diretto, l’Iran. Questo ampliamento del teatro di crisi ha prodotto un effetto di “regionalizzazione diffusa”, in cui attori statali e non statali si muovono lungo linee di faglia già esistenti, ma oggi rese più instabili.
L’escalation tra Iran e Israele/USA rappresenta uno dei passaggi più critici, perché introduce una dimensione sistemica che travalica il Medio Oriente. Teheran non è un attore isolato: il suo posizionamento si intreccia con relazioni strategiche che coinvolgono Russia, Cina e, in modo più ambiguo, il Pakistan.
Non si tratta necessariamente di un’alleanza formale, ma di una convergenza di interessi, un riallineamento tattico che tende a riequilibrare l’influenza occidentale e a ridefinire gli equilibri globali. In questo senso, il conflitto mediorientale si configura sempre più come un nodo di una competizione strategica più ampia.
Quando si parla di geopolitica è bene avere una cartina geografica davanti agli occhi. Il Pakistan non solo confina con l’Iran, ma ha anche come interlocutore di riferimento la Cina. È un attore che sta estendendo la sua influenza in Afghanistan e, cosa ancora più importante, si sta ponendo come garante nucleare del mondo della Umma, essendo dotato di armi nucleari. Oggi forse è più un’aspirazione che una realtà, ma il Pakistan è al centro di una “mezza luna nucleare” (mezza luna anche in senso geografico) che a breve sarà sempre più visibile.
La sua crescente importanza si vede anche nel ruolo svolto nei tentativi di negoziato tra USA e Iran.
Gli Stati Uniti si trovano in una posizione particolarmente delicata: sostenere Israele senza compromettere ulteriormente la stabilità regionale, contenere l’Iran senza scivolare in un’escalation che potrebbe divenire un nuovo Vietnam, ma al tempo stesso preservare credibilità e capacità di deterrenza. Questa ricerca di equilibrio si traduce spesso in una strategia reattiva, più orientata a gestire le crisi che a risolverle. Soprattutto, l’obiettivo strategico non dipende dal numero di bombe sganciate.
Rimane da capire se uno sganciamento dal conflitto da parte degli Stati Uniti vincoli anche Israele oppure se continueranno a fornire la logistica necessaria a colpire l’Iran. In quest’ultimo caso, la postura iraniana potrebbe non cambiare nei confronti degli assetdegli USA nella zona o, comunque, riservarsi azioni non solo contro Israele, ma anche nei confronti delle monarchie del Golfo che dovessero schierarsi con Tel Aviv.
Ipotesi di scuola, perché l’annunciata tregua è stata sul fronte israelo-libanese, evidenziando un ulteriore livello di instabilità. Gli scontri tra Israele e Hezbollah hanno raggiunto un’intensità che, per frequenza e portata, supera molte delle crisi precedenti, colpendo un Libano già segnato da un profondo collasso economico e istituzionale. In questo contesto, ogni escalation locale rischia di innescare dinamiche fuori controllo.
Parallelamente, la situazione nella Striscia di Gaza ha assunto i tratti di una crisi umanitaria strutturale. Gli sfollamenti di massa, la distruzione delle infrastrutture civili, la carenza di beni essenziali e il collasso del sistema sanitario delineano uno scenario che le principali organizzazioni internazionali descrivono come drammatico. Qui la guerra non è soltanto un evento militare, ma una condizione esistenziale che ridefinisce la vita quotidiana di milioni di persone.
Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla cautela dei Paesi arabi. Nonostante un’opinione pubblica largamente solidale con la causa palestinese, molti governi evitano rotture nette con Israele o con gli Stati Uniti, anche perché non hanno una reale capacità militare da opporre all’Iran.
L’Arabia Saudita, in particolare, continua a indicare nella creazione di uno Stato palestinese la condizione imprescindibile per una normalizzazione dei rapporti con Israele. Questo conferma come la questione palestinese non sia un elemento residuale, ma il nodo strutturale attorno a cui ruota l’intero equilibrio regionale.
Intendiamoci: qui la morale umanitaria ha una scarsa valenza. È più probabile una vicinanza al mondo islamico che si traduce in un messaggio distensivo nei confronti dell’Iran, che della causa palestinese ha fatto una bandiera per affermare il proprio ruolo nella regione.
Israele non sembra voler cedere nulla e, eppure, con cinque fronti aperti e nessuna vittoria archiviata, deve guardarsi dalla Turchia: l’altro grande attore della regione, anch’esso con il nucleare pakistano a garanzia e il cui leader parla di Israele chiamandola Palestina e afferma pubblicamente di voler tornare a pregare sulla Spianata delle Moschee, facendo intendere che Israele era Palestina e la Palestina era parte del territorio turco e deve tornare a farne parte.
Intendiamoci: la Turchia, come l’Iran, è un attore razionale, ma entrambi sono imperi che non possono accettare un’egemonia israeliana.
Anche l’Occidente appare attraversato da fratture profonde. Il conflitto si riflette nelle società europee e nordamericane sotto forma di polarizzazione crescente, tra accuse reciproche di antisemitismo e islamofobia, mobilitazioni di piazza e scontri narrativi che trasformano una crisi geopolitica in un conflitto identitario. In questo clima, lo spazio per una diplomazia efficace tende a ridursi, schiacciato tra pressioni interne e vincoli esterni.
Soprattutto, l’uso di un linguaggio violento, in cui l’altro è ridotto a “scimmia umana”, degenera anche il pensiero e quindi l’azione, dando mano libera agli istinti più bassi degli esseri umani.
La questione centrale resta dunque aperta: quale pace è possibile? Innanzitutto, una de-escalation del conflitto iraniano: un congelamento per dieci anni o più apparirebbe oggi preferibile a un’escalation che segnerebbe un punto di non ritorno.
A quel punto, per gli USA rimarrebbe l’opzione “scarponi sul terreno”, con nessuna garanzia di vittoria, ma non potendo perdere contro un Iran che non è certo paragonabile a Cina o Russia. In questo caso, la mezza sconfitta potrebbe essere venduta ancora come una mezza vittoria.
Una soluzione per i palestinesi potrebbe disinnescare il casus belli che muove l’Iran e forse, un domani, la Turchia: entrambi Paesi non arabi che potrebbero trovare un dialogo con un Israele che tornasse a una dimensione securitaria, abbandonando sogni pericolosi e irresponsabili di egemonia regionale.





