A quattro giorni dal voto ungherese del 12 aprile, la visita di JD Vance a Budapest ha alzato la tensione tra Washington e Bruxelles.
Il vicepresidente americano, intervenendo al Mathias Corvinus Collegium accanto a Viktor Orban, ha detto che gli Stati Uniti sono rimasti “delusi” da molta leadership europea sulla guerra in Ucraina.
Ha però aggiunto che alcuni partner hanno aiutato la Casa Bianca dietro le quinte, citando esplicitamente Giorgia Meloni e il premier ungherese: “Giorgia Meloni è stata molto utile” e “il più utile è stato Viktor Orban”.Secondo Vance, sul tavolo negoziale Russia e Ucraina la disputa riguarderebbe ormai “pochi chilometri quadrati di territorio”.
Il vicepresidente ha anche criticato duramente Volodymyr Zelensky, definendo “scandalose” presunte minacce a Orban dopo il veto ungherese a un prestito Ue a Kiev e sostenendo che “non si dovrebbe mai avere un capo di Stato straniero che minaccia il leader di un Paese alleato”. Le parole di Vance hanno provocato una reazione prudente dell’Unione europea.
Il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha spiegato che Bruxelles non commenta dichiarazioni rilasciate in uno Stato membro a ridosso del voto, ribadendo però che le elezioni devono restare “esclusivamente una scelta dei cittadini europei”. Da Berlino il governo tedesco ha respinto l’accusa di interferenze, osservando che la presenza di Vance in Ungheria “parla da sé”.
Rapporti tra Budapest e Mosca
Nuove rivelazioni hanno riacceso le polemiche sui rapporti tra Budapest e Mosca. Un audio diffuso da VSquare e rilanciato da Reuters attribuisce a Péter Szijjártó la promessa a Sergey Lavrov di inviare, tramite l’ambasciata ungherese a Mosca, un documento europeo sul negoziato di adesione dell’Ucraina all’Ue. Donald Tusk ha commentato su X che la vicenda è “oltre ogni limite dello shock”.
Il Cremlino ha difeso Orban sostenendo che nell’Ue vi sarebbero forze impegnate a favorire i suoi avversari. A pesare anche la notizia, pubblicata dal Washington Post, secondo cui nel 2024 il governo ungherese avrebbe offerto aiuto all’Iran dopo l’attacco israeliano ai cercapersone di Hezbollah.
Rubio e Rutte
Mentre Marco Rubio e il segretario generale della Nato Mark Rutte discutevano a Washington degli “sforzi in corso guidati dagli Stati Uniti per giungere a una soluzione negoziata” della guerra, sul terreno i combattimenti continuavano. Nelle ultime 24 ore, secondo autorità ucraine, gli attacchi russi hanno causato almeno 13 morti e 77 feriti.
Droni russi hanno colpito infrastrutture civili e portuali a Odessa, mentre Kiev ha rivendicato un attacco al terminal petrolifero di Feodosia, in Crimea occupata, strategico per i rifornimenti alle truppe russe.
Pressione su Mosca
Kiev ha evitato lo scontro con Washington. Il portavoce del ministero degli Esteri Heorhii Tykhyi ha definito alcune uscite di Vance parte della “retorica pre elettorale”. Ma il governo ucraino ha colto la tregua tra Stati Uniti e Iran per chiedere un’iniziativa analoga contro Mosca.
Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha scritto che la “fermezza americana” ha funzionato in Medio Oriente e che ora va usata per “costringere Mosca a un cessate il fuoco”. Volodymyr Zelensky ha salutato il cessate il fuoco come “la decisione giusta” e ribadito che l’Ucraina è pronta a rispondere “con la stessa moneta” se la Russia smetterà di colpire.
Kiev ha inoltre rinnovato la proposta di una tregua pasquale e confermato che i team negoziali restano al lavoro con gli Stati Uniti sulle garanzie di sicurezza.
Italia tra diplomazia e politica
Nel quadro italiano, oltre al riferimento di Vance a Meloni, emergono due segnali diversi. Sul piano umanitario, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede Andrii Yurash ha riferito che al cardinale Matteo Zuppi è stata consegnata una nuova lista di prigionieri ucraini detenuti in Russia, a conferma del ruolo della diplomazia vaticana. Sul piano politico, Paolo Gentiloni ha definito la guerra in Medio Oriente “un regalo a Putin”, osservando che Mosca “sopravvive vendendo gas e petrolio” e che l’escalation ha spostato l’attenzione internazionale lontano dall’Ucraina. È il rischio che Kiev prova a rovesciare, chiedendo agli Stati Uniti di chiudere il capitolo iraniano e tornare a premere sulla Russia.





