La guerra tra Iran e Stati Uniti, con le sue ripercussioni sulle rotte marittime e sui prezzi globali dell’energia, sta costringendo diversi Paesi asiatici a rivedere in fretta le proprie strategie energetiche.
Anche Taiwan, tradizionalmente impegnata in una transizione verso fonti più pulite, ha annunciato la riattivazione di alcune centrali a carbone per far fronte al rischio di blackout e alla crescente instabilità delle forniture di gas naturale liquefatto.
Una decisione che allinea l’isola a scelte analoghe già compiute da Giappone, Corea del Sud e Filippine, tutti alle prese con la stessa vulnerabilità: la dipendenza dalle importazioni energetiche.
Secondo fonti governative, la priorità di Taipei è garantire continuità alla produzione industriale e alla rete elettrica, in un momento in cui le tensioni geopolitiche stanno mettendo sotto pressione i mercati globali.
Le autorità hanno sottolineato che si tratta di una misura temporanea, necessaria per compensare l’aumento dei costi del gas e le difficoltà logistiche legate alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota significativa delle forniture asiatiche.
La scelta, tuttavia, ha sollevato critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste, che temono un rallentamento strutturale della transizione energetica. Alcuni analisti ricordano che Taiwan aveva già faticato a ridurre l’uso del carbone negli ultimi anni, e che la crisi attuale rischia di consolidare un modello energetico più inquinante proprio mentre la regione affronta gli effetti del cambiamento climatico.
In un’Asia sempre più esposta agli shock geopolitici, la riattivazione delle centrali a carbone appare come un compromesso forzato tra sicurezza energetica e obiettivi ambientali. Resta da capire se, una volta superata l’emergenza, i governi riusciranno davvero a tornare sulla rotta della decarbonizzazione o se questa crisi segnerà un punto di svolta più duraturo.





