L’elezione del segretario generale del Partito Comunista vietnamita alla presidenza della Repubblica segna un passaggio politico che avvicina ulteriormente Hanoi alla struttura di potere cinese, dove la guida del partito e dello Stato converge stabilmente nella stessa figura.
La scelta, maturata dopo mesi di turbolenze interne e dimissioni eccellenti, consolida l’ascesa di Tô Lâm, già ministro della Pubblica Sicurezza e protagonista della vasta campagna anticorruzione che ha ridisegnato gli equilibri del Paese.
Il Partito Comunista, unico attore politico riconosciuto, ha infatti puntato su una leadership più centralizzata per garantire continuità e stabilità in una fase delicata, segnata da scandali, rimpasti e dalla scomparsa del precedente segretario generale Nguyễn Phú Trọng.
L’elezione di Tô Lâm a capo dello Stato, dopo aver assunto la guida del Partito, lo rende il terzo leader nella storia vietnamita a ricoprire entrambe le cariche contemporaneamente, un assetto che richiama da vicino il modello cinese e che rafforza il controllo verticale sulle istituzioni. Sebbene la presidenza vietnamita sia tradizionalmente considerata un ruolo cerimoniale, l’accentramento delle due massime funzioni nelle mani di un’unica figura modifica la percezione del potere e apre a un nuovo equilibrio interno.
Per i sostenitori, la scelta garantisce coerenza politica e continuità nella lotta alla corruzione; per i critici, rischia di ridurre ulteriormente gli spazi di dibattito e di rafforzare un sistema già fortemente monolitico.
In un contesto regionale segnato dalla crescente influenza di Pechino, la mossa di Hanoi appare come un segnale chiaro: il Vietnam intende preservare la propria stabilità interna adottando un modello di governance più compatto, capace di reagire rapidamente alle sfide economiche e geopolitiche.





