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Michelangelo sorprende ancora: nel Giudizio Universale il Cristo è già risorto

Michelangelo sorprende ancora: nel Giudizio Universale il Cristo è già risorto

Il restauro della Cappella Sistina riporta alla luce colori e dettagli sorprendenti. Al centro un Cristo in movimento, che non appare solo giudice, ma anche simbolo di rinascita. Un’immagine potente che cambia il modo di leggere il capolavoro di Michelangelo, una visione innovativa che unisce fine e nuovo inizio
domenica, 5 Aprile 2026
3 minuti di lettura

La manutenzione straordinaria, iniziata lo scorso 1 febbraio, del Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina ha riportato l’antica luce del Cinquecento sugli affreschi michelangioleschi ordinati da Papa Clemente VII nel 1536.

La restaurata cromia, ora più vivida, del complesso figurativo che si staglia sulla parete dietro l’altare, dove si trovavano in passato gli affreschi del Perugino, riappare in tutta la sua maestosità celeste. I corpi riacquistano la “mortale possanza”, i nervi contraggono più intensamente i muscoli e il peso delle scelte grava come un macigno sui volti umani. Al centro della scena del Giudizio Universale si fa spazio, però, un’unica figura, che sovrasta imponente le masse di dannati e salvati, ammirato dallo spettatore nel suo torcersi misurato verso sinistra, sollevando via il braccio destro in segno di ribrezzo verso i dannati.

L’immagine che Michelangelo ha ritratto doveva corrispondere al nucleo tematico di “Cristo giudice”, che ascende insieme alla Vergine per giudicare i vivi e i morti, secondo quanto voleva la committenza papale. Ma quella rappresentata da Michelangelo nella Sistina non è una tradizionale parusia (dal greco, “presenza” o “arrivo”), cioè l’ascesa di Cristo giudice al potere per la fine del mondo. Il cambio di iconografia qui è notevole, tale da intaccare addirittura la formula iconologica ecclesiastica.

Cristo non siede sul trono, non è un re intronato e scettrato di potestas iudicativa, bensì è semi-eretto, in piedi e colto in leggero movimento, quasi come se Michelangelo volesse tentare di esprimere tutta la potenza e solennità dell’istante nella fruizione completa della visione divina. É a questo che dobbiamo la perseveranza stilistica dell’oggetto roteante dei corpi nella pittura michelangiolesca, soprattutto quella più matura.

Il Vasari nelle sue Vite così commenta la figura del Cristo: “èvvi Cristo, il quale sedendo con la faccia orribile e fiera, ai dannati si volge maledicendoli”. All’autore della Vita di Michelangelo Buonarroti pare tuttavia che il protagonista del Giudizio sia seduto. Si tratta per lo più di una visione per convenzione narrativa, per giustificare il trono mancante. Cristo iudex non agisce qui in giudizio, ma reagisce in imperio. La statura del corpo del Re dei Giudei ricorda quella statuaria degli imperatori romani.

Un indice per parcere subiectos fideles (risparmiare i sottomessi) e una mano per debellare superbos (abbattere i superbi). È questa la breve parentesi temporale, in cui si svolge il dinamismo spaziale di Cristo. Ed è questo sempre il codice descrittivo di un Dio che comanda non sul mondo, come quello arcaico bizantino, ma che comanda nel mondo, quale uomo tra gli uomini suoi pari e ultimi commensali.

Esiste, però, un’altra domanda che vincola l’occhio del fedele e pellegrino reduce a Roma dalla Terra Santa. L’insolita estensione spaziale del corpo di Cristo, che sembra assimilarlo alla figura del Redentore. È un Cristo che sta risorgendo, questa è la prima impressione che veicola la sua rappresentazione. L’interferenza tematica tra il Cristo giudice e il Redentore fa prevalere l’idea semantica generale di una “resurrezione” tra i vivi e i morti.

La contaminazione tra soggetto biblico apocalittico e soggetto pasquale non era certo la prima volta che avveniva negli Anni ’30 del Cinquecento. Michelangelo l’aveva assorbita dalla pittura fiamminga e l’aveva rielaborata qui con la tecnica della velatura semantica.

È la Resurrezione il vero velo che copre il Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo. Il segno iconografico parossistico confonde il disegno grafico della Pasqua cristiana.

Uno dei motivi che avrebbe spinto il genio michelangiolesco a svolgere quest’operazione di contaminazione tematica, può essere ravvisato nel bisogno di dare un degno sostituto all’affresco del Perugino, ponendosi come spirito libero dell’arte. Cristo mostra ancora le ferite della crocifissione sul costato, quasi fosse ritratto nel momento del suo risorgimento dal sepolcro. Quelle ferite costituiscono sul piano formale della lettura scenica dell’opera i simboli intertestuali alla Resurrezione.

La crasi semiotica, che così viene a crearsi nell’immaginario pubblico, è quella di Resurrezione Universale, laddove il giudizio non è più di un Cristo mortificatore medievale o severo accusatore della pietas umana. È invece un Cristo dalle nuove vesti più sottili, meno pesanti, più drappeggiate dall’Umanesimo, cui Michelangelo tanto deve per la sua arte rivoluzionaria. Con un Giudizio così mutato, il messaggio del maestro del Rinascimento è chiaro: niente finisce davvero laddove è la fede umana che salva davvero i destini dal buio della morte.

Mauro Di Ruvo

Mauro Di Ruvo

Critico d’arte classicista, filologo classico e cavaliere del diritto romano

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