L’elezione di Min Aung Hlaing a presidente del Myanmar segna l’ennesima tappa di un percorso politico costruito all’ombra delle armi e consolidato attraverso un Parlamento interamente modellato dalla giunta. Con 429 voti su 584, il generale che nel 2021 rovesciò il governo democraticamente eletto ha ottenuto una vittoria ampiamente prevista, frutto di un’assemblea dominata dal Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo e da deputati nominati direttamente dai vertici militari.
Le elezioni legislative tra dicembre e gennaio, da cui è scaturito l’attuale Parlamento, sono state giudicate una farsa dalla comunità internazionale, con l’opposizione esclusa e i principali partiti indipendenti messi fuori gioco. A cinque anni dal golpe, Min Aung Hlaing completa così la trasformazione del suo ruolo: da comandante in capo a presidente civile, senza però rinunciare al controllo effettivo del Paese. La guida delle forze armate è stata affidata al generale Ye Win Oo, considerato un suo fedelissimo, in un rimpasto che garantisce continuità alla catena di comando e rafforza la presa del leader sulla struttura militare.
Gli analisti leggono questa mossa come un tentativo di ottenere una parvenza di legittimità internazionale, pur mantenendo intatta la natura autoritaria del regime. Sul terreno, la situazione resta drammatica.
Il Myanmar è ancora lacerato da una guerra civile che ha provocato decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati. Le forze armate sono accusate di torture, esecuzioni extragiudiziali e violenze sistematiche contro civili e minoranze etniche, mentre pende sul nuovo presidente la richiesta di mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per la repressione dei Rohingya. Nonostante ciò, Cina e Russia hanno espresso sostegno al nuovo governo, confermando l’asse diplomatico che sostiene la giunta.





