Il leader militare del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, ha dichiarato pubblicamente che il Paese deve “dimenticare la democrazia”, affermando che il modello occidentale non è adatto alla realtà africana.
Le parole, pronunciate durante un incontro con giovani ufficiali a Ouagadougou, hanno provocato reazioni contrastanti in patria e all’estero. Traoré, al potere dal colpo di Stato del 2022, ha sostenuto che la priorità nazionale è la sicurezza e la sovranità, non le elezioni. “Non possiamo parlare di democrazia quando il nostro popolo muore ogni giorno sotto gli attacchi dei terroristi”, ha detto, ribadendo che il Burkina Faso deve costruire un sistema politico “radicato nei valori africani, non imposto da fuori”.
La dichiarazione arriva in un momento di crescente isolamento internazionale. Dopo la rottura con la Francia e l’uscita dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), il Burkina Faso ha rafforzato i legami con Russia e Mali, formando un’alleanza militare regionale. Secondo analisti locali, le parole di Traoré segnano un ulteriore passo verso la formalizzazione di un regime autoritario, giustificato dalla lotta contro il jihadismo che da anni devasta il Sahel.
Sul fronte interno, la popolazione appare divisa. Una parte dei cittadini, stremata dalla violenza e dalla povertà, vede nel giovane capitano un simbolo di resistenza e orgoglio nazionale.
Altri, invece, temono che la retorica anti‑democratica preluda a una lunga stagione di repressione. Organizzazioni per i diritti umani hanno già denunciato arresti arbitrari e limitazioni alla libertà di stampa. Nonostante le critiche, Traoré sembra deciso a consolidare il suo potere. “La democrazia non ci ha portato sicurezza né sviluppo”, ha insistito, promettendo di guidare il Paese verso un nuovo modello politico “più autentico e più africano”. Ma per molti osservatori, il suo messaggio è chiaro: il Burkina Faso sta voltando definitivamente le spalle all’Occidente.





