Un tribunale di Taiwan ha stabilito che un feto non può essere considerato una persona ai fini della responsabilità penale, in una sentenza che sta alimentando un acceso dibattito nel Paese.
Il caso riguardava un uomo coinvolto in un grave incidente stradale ad alta velocità, nel quale una donna incinta di 34 settimane aveva perso il feto.
Nonostante la violenza dell’impatto e l’evidente imprudenza alla guida, i giudici hanno classificato la perdita come “danno alla proprietà”, escludendo l’ipotesi di omicidio colposo e limitando l’accusa a lesioni colpose.
La decisione ha scatenato indignazione pubblica, con la famiglia della donna che ha denunciato la sproporzione tra la gravità dell’evento e la pena inflitta: sei mesi di reclusione convertibili in una multa. Secondo i parenti, il tribunale avrebbe ridotto la morte del feto a un semplice valore materiale, ignorando il trauma emotivo e la responsabilità morale dell’imputato.
Anche l’avvocato della famiglia ha criticato la sentenza, sostenendo che la condotta dell’uomo — che viaggiava a oltre 160 km/h in una zona con limite di 80 — avrebbe dovuto configurare un reato più grave.
Il caso ha riaperto una discussione complessa sullo status giuridico del feto a Taiwan, dove la legge non riconosce personalità giuridica prima della nascita. Questa impostazione, pur coerente con il quadro normativo vigente, entra in tensione con la percezione sociale della perdita di una vita in fase avanzata di gestazione.
Molti commentatori sottolineano come la sentenza evidenzi un divario tra diritto e sensibilità collettiva, soprattutto in situazioni in cui la morte del feto è causata da comportamenti gravemente negligenti.
Il procuratore sta valutando un possibile appello, mentre il caso continua a suscitare interrogativi sulla necessità di riformare la normativa per riflettere meglio la complessità etica e umana di episodi simili.


