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Niente urne anticipate, la maggioranza si ricompatta: avanti fino a fine legislatura

Dopo il referendum Tajani e Salvini escludono il voto nel 2026 e rilanciano l’azione di governo. Meloni valuta un rimpasto mentre parte l’iter della riforma
martedì, 31 Marzo 2026
2 minuti di lettura

Andare alle urne in anticipo oppure no? Sono queste le due domande più attuali del momento dopo la debacle del Centrodestra in relazione all’esito del referendum sulla giustizia. Se da un lato le opposizioni si dicono pronte alla ‘sfida’, almeno per il momento le elezioni anticipate escono dal radar della maggioranza. Certo, le tensioni all’interno del Governo non sono mancate (come dimostrano le dimissioni che hanno colpito alcuni snodi dell’esecutivo), ma ieri i principali leader del Centrodestra hanno chiuso la porta a ogni ipotesi di ritorno alle urne nel 2026. La linea si ricompone attorno a un obiettivo: tenere la rotta fino al termine naturale della legislatura. Sullo sfondo, resta il dossier rimpasto, sul quale Giorgia Meloni mantiene il riserbo.

Superare le polemiche

A ribadire la posizione sulla prosecuzione del lavoro dell’esecutivo è stato in primis il Vicepremier Antonio Tajani che ieri ha invitato a superare le polemiche nate dopo il voto referendario. Per lui, in questo momento, il Governo deve concentrare le proprie energie sulla crescita, sulla pressione fiscale e sulla tenuta del sistema produttivo in una fase segnata dall’incertezza energetica. Il rischio, ha fatto capire, non riguarda di certo la durata dell’esecutivo, ma la capacità di rispettare gli impegni economici, anche in relazione ai vincoli europei. Sulla stessa linea anche l’altro Vicepremier Matteo Salvini che ha confermato la solidità dell’esecutivo e la volontà di arrivare a fine legislatura. “Nessun tentennamento, nessuna apertura a scenari alternativi”, il suo mantra del momento. Anzi, il leader della Lega ha spostato l’attenzione sul piano europeo e ha chiesto interventi immediati sul Patto di Stabilità per sostenere imprese e famiglie in una fase segnata da tensioni economiche e aumento dei costi.

Nel Governo insomma prevale una linea di continuità. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha collegato la stabilità politica al contesto internazionale, segnato da conflitti e incertezza. In questo quadro, per lui, un passaggio elettorale rappresenterebbe un elemento di rischio. Il voto referendario, ha aggiunto, richiede analisi e riflessione, ma non produce effetti tali da mettere in discussione la tenuta dell’esecutivo.

Proseguire il lavoro avviato

Anche il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha insistito sulla necessità di proseguire il lavoro avviato. Non emerge, a suo avviso, una domanda diffusa di elezioni anticipate, né nella maggioranza né tra le opposizioni e la priorità resta la tutela degli interessi nazionali e la gestione delle crisi economiche e internazionali. Dalle amministrazioni locali arrivano segnali analoghi. Il Presidente della Lombardia Attilio Fontana per esempio ritiene che il Governo possa reggere e ha invitato piuttosto a intervenire su alcuni aspetti della legge elettorale, senza indicare un’urgenza immediata.

Sul piano interno resta aperta la partita del rimpasto. Le dimissioni che hanno interessato il ministero del Turismo e la Giustizia spingono verso una revisione dell’assetto dell’esecutivo. Meloni valuta diverse opzioni: sostituzioni circoscritte o un intervento più ampio. Tra i nomi che circolano nelle indiscrezioni compare quello del Presidente veneto Luca Zaia, anche se non arrivano conferme ufficiali.

Le opposizioni leggono il quadro in modo diverso. Angelo Bonelli ieri ha attaccato la maggioranza e ha chiesto un chiarimento in Parlamento sulla direzione politica del governo. Più netto Nicola Fratoianni, che ha indicato nel voto anticipato una possibile via per aprire un’alternativa, pur riconoscendo che la scelta resta nelle mani dell’esecutivo.

Riforma elettorale

Intanto prende forma il percorso della riforma elettorale. L’iter parte oggi in commissione Affari Costituzionali alla Camera. Il provvedimento sarà seguito da quattro relatori, uno per ciascun partito di maggioranza, e sarà esaminato insieme ad altre proposte presentate anche dalle opposizioni. Il progetto punta a superare l’impianto del Rosatellum e introduce un premio di maggioranza per la coalizione che supera una soglia tra il 40 e il 45 per cento, con l’obiettivo di garantire un esito certo alle elezioni. Resta però aperto il nodo dell’equilibrio tra governabilità e rappresentanza. Il meccanismo iniziale, basato su un premio fisso, rischia di assegnare una quota di seggi superiore al 55 per cento, con effetti anche sull’elezione del Capo dello Stato. Da qui la proposta di un premio variabile, che non superi tale soglia e che venga definito attraverso un confronto tra le forze politiche.

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