Il prezzo del petrolio ha superato i 116 dollari al barile dopo che Donald Trump ha dichiarato che la sua “opzione preferita” sarebbe “prendersi il petrolio in Iran”, un’affermazione che ha immediatamente scosso i mercati globali e alimentato il timore di un’escalation militare nel Golfo Persico. Le parole del presidente statunitense, rilasciate in un’intervista al Financial Times, hanno fatto impennare il Brent oltre i 115 dollari e innescato una nuova ondata di volatilità sui listini asiatici e occidentali.
Gli investitori hanno reagito con nervosismo a quella che appare come una strategia più aggressiva verso Teheran, proprio mentre gli Stati Uniti stanno dispiegando migliaia di soldati nella regione. L’ipotesi di un sequestro delle infrastrutture petrolifere iraniane, incluso il terminal strategico dell’isola di Kharg, ha riacceso lo spettro di un conflitto diretto, con conseguenze potenzialmente devastanti per le forniture energetiche globali. Secondo gli analisti, l’aumento del prezzo del greggio riflette non solo il rischio geopolitico immediato, ma anche la crescente incertezza sulla stabilità delle rotte marittime attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Le dichiarazioni di Trump arrivano in un momento già teso: l’Iran ha accusato Washington di inviare segnali contraddittori, parlando di negoziati mentre prepara operazioni militari. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha definito le parole di Trump una provocazione che potrebbe spingere Teheran a rispondere con misure simmetriche. Nel frattempo, le Borse hanno registrato cali significativi, con il Nikkei giapponese in flessione di oltre il 4% e il KOSPI sudcoreano in perdita superiore al 3%. Gli operatori temono che un conflitto aperto possa spingere il prezzo del petrolio verso livelli ancora più alti, aggravando l’inflazione globale e mettendo sotto pressione economie già fragili.





