A dodici mesi dal terremoto che ha devastato le regioni centrali del Myanmar, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) descrive una ripresa ancora estremamente fragile, minacciata da nuove pressioni globali e da un contesto interno già segnato da conflitti e instabilità. Secondo gli ultimi monitoraggi, nelle aree più colpite — Sagaing e Mandalay — una famiglia su sei affronta livelli moderati o gravi di insicurezza alimentare, mentre metà della popolazione vive in una condizione di marginale sicurezza, vulnerabile a qualsiasi shock anche minimo. Il terremoto del marzo 2025 aveva già colpito comunità provate da anni di violenze e sfollamenti. Oggi, però, un nuovo fattore di crisi sta erodendo i progressi compiuti: l’aumento dei prezzi di carburante, cibo e fertilizzanti, alimentato dalle tensioni in Medio Oriente.
Le interruzioni nei trasporti e la scarsità di carburante stanno facendo lievitare i costi di distribuzione degli alimenti e delle merci agricole, aggravando le difficoltà delle famiglie più povere. Per gli agricoltori, che si preparano alla stagione monsonica, i costi di produzione rischiano di raddoppiare rispetto allo scorso anno, mettendo a rischio interi raccolti.
Le conseguenze sono particolarmente pesanti nelle zone già segnate dal conflitto e dal sisma — Chin, Kachin, Kayah, Rakhine, Sagaing e Shan — dove la vulnerabilità strutturale si intreccia con una crisi alimentare che coinvolge 12,4 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione. In questo scenario, il WFP ha fornito supporto a mezzo milione di sopravvissuti, passando gradualmente dall’assistenza d’emergenza alla ricostruzione di infrastrutture comunitarie essenziali per la stabilità a lungo termine. Ma la sostenibilità di questi interventi è tutt’altro che garantita. Per continuare a sostenere 1,5 milioni di persone nel 2026, il WFP necessita di 150 milioni di dollari.





