Il conflitto mediorientale si espande e si complica: gli Houthi yemeniti hanno rivendicato il loro primo attacco missilistico contro Israele, segnando un ingresso ufficiale nella guerra a fianco dell’Iran. Il lancio, partito dal nord dello Yemen, ha preso di mira obiettivi militari israeliani, secondo quanto dichiarato dal portavoce militare Yahya Saree. L’azione, definita “graduale” e “coordinata con l’asse della resistenza”, rappresenta un salto di qualità nella partecipazione del gruppo sciita sostenuto da Teheran. La mossa arriva in un momento di forte pressione su Israele e Stati Uniti, già impegnati su più fronti contro l’Iran, Hezbollah e milizie sciite in Iraq e Libano. Gli Houthi, considerati uno dei satelliti più resilienti dell’influenza iraniana, hanno dichiarato che le loro operazioni continueranno “fino alla fine dell’aggressione” occidentale.
Il gruppo ha anche minacciato di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb, snodo cruciale per il commercio globale, da cui transita circa un ottavo del traffico marittimo mondiale. L’attacco yemenita segue di poche ore un’ondata di raid israeliani su Teheran, che ha colpito anche l’Università iraniana di scienza e tecnologia. In risposta, l’Iran ha intensificato i propri attacchi contro basi statunitensi in Arabia Saudita, ferendo dodici militari. Il Pentagono valuta l’invio di altri 10.000 soldati nella regione, mentre il blocco navale minacciato dagli Houthi potrebbe aggravare ulteriormente la crisi energetica e commerciale.
La guerra si trasforma così in un mosaico di alleanze e vendette incrociate, dove ogni attore regionale cerca di capitalizzare il caos per rafforzare la propria posizione. L’ingresso degli Houthi non è solo simbolico: amplia il fronte bellico e complica le strategie di contenimento occidentali. In un contesto già saturo di tensioni, il missile yemenita su Israele è il segnale che la guerra non conosce confini e che l’asse Teheran–Sana’a è pronto a giocare un ruolo più diretto e pericoloso.





