Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha dichiarato ai partner internazionali che la guerra con l’Iran potrebbe protrarsi per altre due o quattro settimane, alimentando nuove tensioni diplomatiche e incertezze sul futuro del conflitto. Le sue parole, riportate da fonti vicine ai colloqui riservati con delegazioni europee e mediorientali, arrivano mentre gli Stati Uniti intensificano le operazioni militari in risposta agli attacchi iraniani contro obiettivi americani nella regione.
Rubio avrebbe descritto la fase attuale come “critica ma non conclusiva”, sottolineando che Washington non intende ritirarsi finché Teheran non ridurrà in modo verificabile le proprie capacità offensive. Le dichiarazioni hanno suscitato reazioni contrastanti tra gli alleati. Alcuni governi europei temono che un prolungamento delle ostilità possa destabilizzare ulteriormente il Golfo Persico, già scosso da interruzioni nelle rotte energetiche e da un’impennata dei prezzi del petrolio. Altri partner, in particolare Israele e alcuni Stati del Golfo, considerano invece la previsione di Rubio come un segnale di determinazione americana nel contenere l’influenza iraniana.
La Casa Bianca, pur non confermando ufficialmente la tempistica, ha ribadito che l’obiettivo resta “proteggere il personale statunitense e prevenire ulteriori aggressioni”. Sul terreno, gli scontri continuano a intensificarsi. Le forze statunitensi hanno colpito nelle ultime ore diverse infrastrutture militari iraniane in Siria e Iraq, mentre Teheran ha risposto con nuovi lanci di droni e missili contro basi americane. Gli analisti avvertono che la previsione di Rubio potrebbe rivelarsi ottimistica: la natura frammentata del conflitto, che coinvolge milizie alleate dell’Iran e attori regionali con agende divergenti, rende difficile immaginare una rapida de-escalation. Intanto, cresce la pressione sull’amministrazione Trump affinché definisca una strategia di uscita chiara.





