Il conflitto in Ucraina resta bloccato sul piano militare e diplomatico mentre emergono nuove tensioni sul fronte degli aiuti occidentali. Il Pentagono starebbe valutando di dirottare parte delle forniture destinate a Kiev verso il Medio Oriente, decisione che riflette la pressione sulle scorte statunitensi dopo l’escalation con l’Iran.
Secondo quanto riportato dal Washington Post e confermato da diverse fonti occidentali, tra i sistemi potenzialmente interessati ci sarebbero missili intercettori per la difesa aerea acquistati attraverso il programma NATO Prioritized Ukraine Requirements List, finanziato dagli alleati europei. Il Pentagono non ha ancora preso una decisione definitiva, ma il semplice esame dell’ipotesi segnala la difficoltà degli Stati Uniti nel sostenere contemporaneamente più teatri di guerra.
Donald Trump ha commentato la notizia minimizzando: “Abbiamo armi ovunque, le spostiamo continuamente. L’Ucraina non è la nostra guerra”. La dichiarazione ha alimentato i timori a Kiev, dove si teme un indebolimento della difesa aerea in una fase già delicata.
NATO rassicura, Kiev resta prudente
Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha ribadito che le consegne proseguono e che il meccanismo PURL continua a funzionare. Fonti dell’Alleanza hanno sottolineato che non ci sono indicazioni di uno stop alle forniture e che gli equipaggiamenti finanziati dagli europei restano destinati all’Ucraina.
La rassicurazione non ha eliminato le preoccupazioni del governo ucraino. Volodymyr Zelensky ha avvertito che una riduzione degli aiuti militari occidentali “comprometterebbe la sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa”, soprattutto nel campo della difesa aerea.
Sul piano internazionale, il G7 ha annunciato la necessità di circa 500 milioni di euro per riparare la struttura di contenimento del reattore di Chernobyl, danneggiata da un drone russo nel 2025. Il progetto sarà coordinato con la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Mosca, concessioni territoriali
Sul fronte diplomatico, il Cremlino ha ribadito che la questione territoriale resta il nodo centrale dei negoziati. Il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che non ci sono progressi e che i colloqui restano “in alto mare”, pur confermando l’interesse di Mosca a continuare il dialogo.
Fonti russe hanno inoltre indicato che eventuali garanzie di sicurezza occidentali potrebbero essere accettate solo in cambio della rinuncia ucraina al Donbass, condizione respinta da Kiev.
Secondo la newsletter indipendente The Bell, Vladimir Putin avrebbe convocato i principali oligarchi chiedendo “contributi volontari” per sostenere lo sforzo bellico. L’iniziativa riflette le crescenti pressioni sui conti pubblici russi e l’impatto delle sanzioni energetiche.
Nonostante lo stallo militare, restano aperti i canali umanitari. Il capo dell’intelligence militare ucraina Kyrylo Budanov ha dichiarato che è allo studio un grande scambio di prigionieri con la Russia in occasione della Pasqua, aggiungendo che “le parti hanno concordato i punti principali e restano da definire i dettagli”.
Londra contro la “flotta ombra”
Nel frattempo il Regno Unito ha autorizzato il sequestro di navi della cosiddetta “flotta ombra” russa nelle acque britanniche, misura mirata a ridurre le entrate petrolifere di Mosca. La decisione rappresenta un rafforzamento dell’applicazione delle sanzioni marittime contro l’economia di guerra russa. Zelensky ha definito la mossa “un segnale importante” per limitare la capacità finanziaria del Cremlino.





