Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale, diventando il primo Paese al mondo a ricorrere a una misura così drastica mentre la guerra con l’Iran sconvolge i mercati globali dell’energia. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha firmato un ordine esecutivo che riconosce un “rischio imminente” per la sicurezza energetica del Paese, fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio dal Golfo. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, epicentro della crisi, ha provocato un’impennata dei prezzi e interruzioni nelle forniture che hanno rapidamente messo in ginocchio l’economia filippina. Dallo scoppio del conflitto, i prezzi di benzina e diesel sono più che raddoppiati, con effetti a cascata su trasporti, beni alimentari e servizi essenziali.
Il governo ha introdotto misure d’emergenza come la settimana lavorativa di quattro giorni negli uffici pubblici, sussidi ai conducenti dei mezzi pubblici e l’autorizzazione all’acquisto diretto di carburante da parte dello Stato. Le riserve nazionali coprono poche settimane di consumi, un margine troppo stretto in un contesto in cui l’intero Sud‑est asiatico sta affrontando razionamenti, chiusure temporanee di università e tagli ai consumi energetici. La crisi filippina è lo specchio di un’Asia esposta come nessun’altra regione al blocco delle rotte energetiche mediorientali.
Oltre la metà delle importazioni di greggio dell’ASEAN proviene dal Golfo, e l’attacco a infrastrutture chiave come il giacimento di South Pars e l’hub qatariota di Ras Laffan ha aggravato ulteriormente la situazione, riducendo la capacità di esportazione e facendo schizzare il Brent oltre i 119 dollari al barile. Le utility asiatiche stanno tornando al carbone, mentre Paesi come Vietnam e Thailandia cercano forniture alternative in una corsa contro il tempo. Per Manila, l’emergenza non è solo economica ma politica: il governo teme un’ondata di malcontento sociale e un rallentamento della crescita in un momento già fragile.





