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La minaccia iraniana e la ridefinizione geopolitica dello spazio europeo

La minaccia iraniana e la ridefinizione geopolitica dello spazio europeo

lunedì, 23 Marzo 2026
5 minuti di lettura

L’annuncio che l’Iran dispone di missili balistici con una gittata estesa fino a circa quattromila chilometri non rappresenta soltanto un avanzamento tecnologico, ma un mutamento qualitativo della geografia strategica eurasiatica.

Come osservava già Herman Kahn in On Thermonuclear War (1960), la capacità missilistica non si misura soltanto in termini di distruzione potenziale, ma nella sua funzione di ridefinire le percezioni di vulnerabilità degli attori coinvolti. Non si tratta dunque di una minaccia immediata o di un segnale di imminente intenzione ostile verso l’Europa, bensì dell’emergere di una capacità che ridefinisce i parametri della deterrenza e amplia il raggio di influenza politico-militare di Teheran.

Il superamento della soglia dei duemila chilometri implica che una parte significativa del territorio europeo, inclusa l’Italia, rientri ora nel potenziale spazio di ingaggio iraniano. Città come Roma, Milano e Venezia cessano così di essere periferiche rispetto al teatro mediorientale e vengono simbolicamente e strategicamente integrate in esso.

La categoria di “profondità strategica”, elaborata da Edward Luttwak in Strategy: The Logic of War and Peace (1987) come vantaggio strutturale conferito dalla distanza geografica, subisce qui una compressione tecnologica che ne svuota progressivamente il contenuto. Ma questa trasformazione non riguarda più soltanto il fronte mediterraneo: l’estensione della gittata porta nel raggio potenziale anche il cuore dell’Europa. Parigi e Berlino, tradizionalmente percepite come baricentriche e relativamente protette rispetto alle dinamiche del Medio Oriente, entrano anch’esse in una nuova geografia della vulnerabilità. Il centro europeo, a lungo considerato retrovia strategica, si scopre progressivamente esposto.

Questo passaggio segna una trasformazione profonda: la distanza geografica, che per decenni ha rappresentato un fattore implicito di sicurezza, perde progressivamente la sua funzione protettiva.

La profondità strategica del continente europeo si comprime sotto l’effetto della tecnologia missilistica, dissolvendo la distinzione tra periferia e centro. Tale dinamica richiama la riflessione di Barry Buzan in People, States and Fear (1991) sulla natura sistemica e interdipendente dei complessi di sicurezza regionali: le minacce non si arrestano ai confini formali degli spazi geopolitici, ma si propagano attraverso di essi seguendo la logica delle capacità proiettive.

In realtà, per l’Italia, il Mediterraneo allargato non è mai stato uno spazio esterno. Da Trieste al Golfo Persico, la proiezione verso sud-est ha rappresentato una costante della sua postura strategica, legata a interessi commerciali, energetici e di sicurezza.

Questo orientamento strutturale trova riscontro nella teoria delle potenze medie elaborata da Robert Keohane in After Hegemony (1984): attori come l’Italia, privi di capacità di proiezione globale autonoma, costruiscono la propria sicurezza attraverso reti di interdipendenza e partecipazione a istituzioni multilaterali, rendendosi così al contempo più resilienti e più esposti alle perturbazioni sistemiche.

Ciò che muta oggi non è tanto l’estensione di questo spazio, quanto la sua natura: da area di proiezione a spazio di esposizione. Se in passato la profondità geografica garantiva una relativa immunità, oggi la compressione tecnologica dello spazio annulla tale vantaggio e trasforma la continuità geopolitica in vulnerabilità potenziale.

Parallelamente, questa trasformazione investe anche l’intero spazio europeo. Il Mediterraneo allargato, a lungo trascurato nelle logiche dell’Unione Europea — spesso orientate verso il fronte orientale e continentale — tracima oggi oltre i suoi confini tradizionali.

Le dinamiche mediorientali non restano più confinate alla sponda sud o al fianco meridionale, ma risalgono verso il cuore del continente, lambendo e coinvolgendo direttamente anche quei Paesi che avevano costruito la propria percezione di sicurezza su una distanza strategica ormai superata. In questo senso, la distinzione tra Europa mediterranea e Europa centro-settentrionale tende progressivamente a dissolversi.

Come ha osservato Etienne de Durand nel contesto degli studi strategici europei, la frammentazione delle percezioni di minaccia all’interno dell’UE riflette non una differenza di esposizione reale, bensì un ritardo nell’aggiornamento delle mappe cognitive delle élite politiche e strategiche.

In termini geopolitici, ciò comporta una ridefinizione delle vulnerabilità europee. L’Europa meridionale, e in particolare il Mediterraneo allargato, si configura sempre più come uno spazio di intersezione tra dinamiche regionali mediorientali e architetture di sicurezza euro-atlantiche. Ma tale intersezione non è più contenuta: si estende verso nord, coinvolgendo anche i principali centri decisionali dell’Unione.

In questo contesto, l’Italia assume un ruolo peculiare: non solo piattaforma logistica e operativa della NATO, ma anche attore esposto a una crescente interdipendenza tra sicurezza militare, stabilità regionale e flussi energetici.

Tale configurazione richiama la categoria di “Stato cuscinetto strategico” elaborata da Zbigniew Brzezinski in The Grand Chessboard (1997): attori geopoliticamente posizionati in zone di transizione tra grandi spazi di potere, destinati a subire più acutamente gli effetti delle perturbazioni sistemiche. Francia e Germania si trovano a dover ricalibrare la propria postura strategica alla luce di una vulnerabilità finora sottovalutata.

L’estensione della capacità missilistica iraniana produce inoltre un effetto di pressione indiretta. Non è necessario che venga impiegata affinché eserciti influenza: la sola esistenza di tale capacità modifica il calcolo strategico degli attori coinvolti.

Questo meccanismo è stato analizzato con precisione da Thomas Schelling in Arms and Influence (1966): la deterrenza non opera attraverso l’uso effettivo della forza, ma attraverso la credibilità della minaccia e la manipolazione delle aspettative.

In questo senso, la deterrenza si trasforma in uno strumento di proiezione politica, capace di incidere sulle scelte europee in materia di sanzioni, cooperazione energetica e allineamenti diplomatici. L’Iran, in questa prospettiva, non ha bisogno di sparare un solo missile per ottenere effetti politici concreti: la capacità missilistica funziona come leva negoziale permanente.

Un ruolo non secondario in questa dinamica è svolto da Israele, che attraverso la diffusione di mappe e scenari di minaccia contribuisce a costruire una rappresentazione condivisa del rischio iraniano. Tale operazione non è puramente informativa, ma si inserisce in una più ampia strategia di internazionalizzazione della minaccia. Essa richiama il concetto di “sicurezza discorsiva” elaborato dalla Scuola di Copenaghen — in particolare da Ole Wæver in Securitization and Desecuritization (1995) — secondo cui la minaccia non è un dato oggettivo preesistente, ma il prodotto di un atto linguistico che trasforma una questione politica in emergenza esistenziale.

La diffusione israeliana di scenari di rischio partecipa dunque di questo processo di costruzione sociale della minaccia, con l’effetto di consolidare il consenso occidentale attorno a politiche di contenimento e deterrenza rafforzata nei confronti di Teheran.

Per l’Italia, le implicazioni sono molteplici. Sul piano militare, emerge l’esigenza di un rafforzamento dei sistemi di difesa antimissile — con particolare riferimento all’integrazione nelle architetture IAMD (Integrated Air and Missile Defense) della NATO — e di una più stretta partecipazione alle iniziative dell’Alleanza in materia di deterrenza estesa.

Sul piano dell’intelligence, diventa cruciale un monitoraggio più attento delle dinamiche mediorientali, non più percepite come esterne ma come direttamente incidenti sulla sicurezza nazionale. Sul piano politico-diplomatico, si apre uno spazio di maggiore responsabilità: Roma è chiamata a esercitare una presenza più attiva nei dossier del Golfo, bilanciando esigenze di sicurezza, interessi energetici e relazioni internazionali.

Analoghe implicazioni emergono per il resto d’Europa. Parigi e Berlino, così come altri centri nevralgici dell’Unione, sono chiamati a riconsiderare il proprio rapporto con il Mediterraneo e il Medio Oriente. Tale riconsiderazione impone di superare quella che Robert Kagan in Of Paradise and Power (2003) ha descritto come la tendenza europea a privilegiare strumenti normativi e diplomatici anche laddove la logica della sicurezza richiederebbe capacità coercitive autonome.

Ne deriva la necessità di una maggiore integrazione strategica europea, capace di superare la tradizionale dicotomia tra est e sud e di riconoscere la natura ormai sistemica delle minacce provenienti dallo spazio mediorientale. La vicenda non va letta esclusivamente con riguardo all’ Iran, ma ad una tecnologia, quella dei missili balistici, che è in continua espansione in termini di proliferazione.

In definitiva, l’inclusione dell’Italia — e più in generale di ampie porzioni del continente europeo — nel raggio dei vettori iraniani non deve essere letta come l’emergere di una minaccia diretta e imminente, ma come il segnale di una trasformazione strutturale.

Lo spazio geopolitico europeo, storicamente articolato tra centro e periferia, si riconfigura in una continuità strategica esposta. Il Mediterraneo allargato non è più soltanto un ambito di influenza per alcuni, ma una dimensione di vulnerabilità condivisa.

Come ha scritto Lawrence Freedman in Strategy: A History (2013), la strategia moderna non può prescindere dalla comprensione delle trasformazioni strutturali dello spazio: è nella ridefinizione degli spazi di esposizione, più che nell’analisi delle intenzioni dichiarate, che risiede la chiave di lettura dei nuovi equilibri di sicurezza.

La sicurezza non può più essere pensata come funzione della distanza, ma come esito di integrazione strategica, deterrenza collettiva e gestione delle interdipendenze globali.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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