Gli Stati Uniti hanno posto sei condizioni all’Iran per aprire negoziati, mentre Washington accompagna la pressione diplomatica con un ultimatum sullo Stretto di Hormuz. Dopo tre settimane di guerra, l’amministrazione americana avrebbe definito i punti ritenuti indispensabili per avviare colloqui indiretti con Teheran, secondo fonti diplomatiche.
Tra le richieste statunitensi figurano lo smantellamento dei principali impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, il blocco dell’arricchimento dell’uranio, controlli internazionali rigorosi su centrifughe e tecnologie correlate, limiti al programma missilistico con accordi regionali sul controllo degli armamenti e la cessazione del sostegno a gruppi alleati come Hezbollah, Hamas e Houthi.
Teheran avrebbe risposto con sei condizioni a sua volta: garanzie che il conflitto non si ripeterà, risarcimenti economici, chiusura delle basi militari statunitensi nella regione, fine delle operazioni contro i gruppi alleati dell’Iran, definizione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e misure contro attività mediatiche considerate ostili.
I contatti restano indiretti, mediati da Egitto, Qatar e Regno Unito, e non risultano colloqui diretti tra le parti. Il confronto diplomatico si inserisce però in un clima di forte pressione militare. Il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato un ultimatum: “Aprite Hormuz entro 48 ore o colpiremo le centrali elettriche”. Washington ha minacciato di “distruggere” le infrastrutture energetiche iraniane se la navigazione non verrà ripristinata.
Minacce e timori dei Paesi del Golfo
Teheran ha replicato avvertendo che, in caso di attacchi, “tutte le infrastrutture energetiche statunitensi nella regione” saranno prese di mira. I Guardiani della Rivoluzione hanno aggiunto che la chiusura dello Stretto sarebbe totale e durerebbe fino alla ricostruzione degli impianti colpiti. Minacciati anche sistemi informatici, impianti di desalinizzazione e infrastrutture energetiche dei Paesi che ospitano basi americane.
I Paesi del Golfo hanno espresso forte preoccupazione per possibili raid statunitensi contro le centrali iraniane, temendo ritorsioni su infrastrutture energetiche e idriche. Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, diversi Stati della regione hanno avvertito Washington che un’escalation potrebbe avere conseguenze sull’economia globale.
In questo quadro, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di aver intercettato quattro missili balistici e 25 droni. Dall’inizio della guerra, secondo Abu Dhabi, sono stati neutralizzati centinaia di vettori iraniani. La Turchia ha avviato contatti diplomatici con Iran, Stati Uniti, Unione europea ed Egitto nel tentativo di favorire una de-escalation.
Appello di Netanyahu
Sul piano militare, l’esercito israeliano ha segnalato una nuova ondata di missili iraniani, l’ottava dalla mezzanotte. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha invitato “altri Paesi e soprattutto l’Europa” a unirsi alla campagna militare contro Teheran, sostenendo che l’Iran “sta cercando di ricattare il mondo intero” e citando il presunto lancio di un missile contro la base anglo americana di Diego Garcia, attacco negato da un funzionario iraniano.
Escalation in Libano
Parallelamente si intensificano gli scontri in Libano. L’aviazione israeliana ha distrutto il ponte di Qasmiya sul fiume Litani per impedire il trasferimento di armi di Hezbollah. Il presidente libanese Joseph Aoun ha definito i bombardamenti “un preludio a un’invasione terrestre”.
Dalla ripresa dei raid israeliani il 2 marzo, il bilancio ufficiale in Libano è di 1.029 morti e 2.786 feriti. Nelle ultime ore quattro persone sono state uccise in nuovi attacchi nel sud del Paese. Le forze israeliane hanno inoltre riferito di aver ucciso nove miliziani di Hezbollah, mentre raid precedenti avrebbero eliminato anche un comandante della Radwan Force. L’Arabia Saudita ha espulso l’addetto militare iraniano e altri quattro diplomatici, mentre il Qatar ha adottato misure analoghe nei giorni precedenti.





