“Il 2026 è iniziato con segnali molto incoraggianti per l’economia. Consumi in crescita fino all’1,3% a febbraio, inflazione sotto controllo e occupazione ai massimi livelli. Ma lo scenario di guerra rischia di vanificare la ripresa”. È il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, a sintetizzare così il quadro delineato dalla Congiuntura di marzo.
Il nodo, sottolinea, resta legato all’andamento dell’energia: “Se il prezzo del petrolio tornerà entro maggio intorno ai 70 dollari, l’impatto su Pil e consumi sarà modesto. Viceversa, con quotazioni sopra i 100 dollari fino a fine anno, la crescita sarebbe dimezzata”.
Economia in rafforzamento
I dati raccolti fino alla fine di febbraio raccontano un’economia in progressivo rafforzamento. Dopo mesi di segnali positivi, tra ottobre 2025 e febbraio 2026 diversi indicatori hanno mostrato un miglioramento costante. L’Indicatore dei Consumi Confcommercio segnala una crescita su base annua passata dallo 0,5% di dicembre all’1,3% di febbraio, sostenuta non solo dai comparti più dinamici — turismo, tecnologia, tempo libero e cura della persona — ma anche da segnali di ripresa più diffusi.
Famiglie e imprese risale la fiducia
A febbraio, infatti, sono aumentate le vendite di automobili, si è arrestata la discesa dell’abbigliamento e si è rafforzata l’elettronica di consumo. Un quadro che riflette un graduale ritorno della fiducia delle famiglie e della propensione alla spesa. Il miglioramento si è esteso anche al Pil: grazie a un mercato del lavoro ancora solido, pur con qualche rallentamento, e a un’inflazione sotto controllo, la crescita annua del prodotto interno lordo mensile è passata dallo 0,5% di gennaio all’1,4% di febbraio.
Pil di marzo in lieve flessione
Il quadro cambia però con l’irrompere di un nuovo conflitto, che colpisce in primo luogo il fronte energetico. L’aumento dei prezzi dell’energia si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo: per marzo si stima un’inflazione intorno all’1,8%, ancora gestibile ma destinata difficilmente a restare un episodio isolato.
Le prime conseguenze si vedono già sull’attività economica: il Pil di marzo dovrebbe registrare una lieve flessione rispetto a febbraio, nell’ordine di un decimo di punto. Nonostante questo rallentamento, la crescita su base annua resterebbe sopra l’1%, portando il primo trimestre del 2026 a segnare un incremento dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025, un risultato che non si registrava dalla fine del 2023.
Le incertezze che pesano
Il vero interrogativo riguarda però i prossimi mesi. “Gli effetti degli shock legati al conflitto si faranno sentire e la loro intensità dipenderà soprattutto dalla durata della crisi”, avverte Mariano Bella, direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio. In caso di guerra breve, i danni potrebbero essere contenuti, consentendo all’economia di proseguire il recupero. Al contrario, uno scenario prolungato rischia di indebolire consumi, fiducia e crescita.
I rischi per i settori, turismo più esposto
Nello scenario peggiore, la crescita del Pil potrebbe scendere dallo scenario base dell’1% a un intervallo tra lo 0,5% e lo 0,6%, frenata da una minore dinamica dei consumi legata alla perdita di potere d’acquisto, con un’inflazione che salirebbe al 2,6% rispetto a una base dell’1,7%. A ciò si aggiungerebbero effetti negativi su investimenti, domanda mondiale ed esportazioni, inclusi i servizi turistici.
Economia davanti ad un bivio
Sempre nello scenario più critico, l’inflazione potrebbe avvicinarsi al 4% tendenziale entro dicembre 2026, con il rischio di compromettere anche le prospettive economiche per il 2027. Un quadro che riporta l’economia italiana davanti a un bivio: consolidare la ripresa o vederla svanire sotto il peso delle tensioni internazionali.





