È morto il patriarca Filaret, figura centrale della Chiesa ortodossa ucraina e protagonista di una lunga battaglia per l’autonomia religiosa del Paese. La notizia della sua scomparsa è stata confermata dal Patriarcato di Kiev, che ha definito Filaret “una guida instancabile e un simbolo della resistenza spirituale ucraina”.
Aveva 97 anni e, fino all’ultimo, aveva continuato a sostenere la necessità di una Chiesa nazionale libera dall’influenza di Mosca. Filaret, nato Mykhailo Denysenko, ha attraversato decenni di storia travagliata, dalla dominazione sovietica alla guerra in Donbass, fino all’invasione russa del 2022.
Dopo essere stato metropolita del Patriarcato di Mosca, nel 1992 si era staccato da quest’ultimo per fondare il Patriarcato di Kiev, sfidando l’autorità religiosa russa e dando vita a una frattura che avrebbe segnato profondamente il mondo ortodosso. La sua visione di una Chiesa ucraina indipendente non era solo teologica, ma anche politica: un atto di autodeterminazione in un Paese alla ricerca di sovranità.
Nel 2018, con il riconoscimento ufficiale del Patriarcato di Kiev da parte del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, Filaret ha visto realizzarsi parte del suo sogno, anche se non senza polemiche.
Le tensioni con il nuovo primate Epifanij e le divergenze sulla gestione dell’autocefalia hanno segnato gli ultimi anni del suo ministero, ma non hanno oscurato il ruolo storico che ha avuto nella costruzione dell’identità religiosa ucraina.
La sua morte arriva in un momento in cui la Chiesa ortodossa ucraina continua a essere un terreno di confronto tra spinte nazionali e pressioni esterne. Filaret lascia un’eredità complessa, fatta di fede, conflitto e visione. Per molti, rimarrà il patriarca che ha osato sfidare Mosca per dare all’Ucraina una voce spirituale autonoma.


