Ci siamo: oggi e domani oltre 51,4 milioni di cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale relativo alla riforma della giustizia promossa dal Governo Meloni e approvata dal Parlamento nell’ottobre scorso. A differenza di altri referendum, non è previsto quorum: sarà quindi sufficiente la maggioranza dei voti validamente espressi per determinare l’esito. Il ‘sì’ consentirà l’entrata in vigore della riforma, mentre il ‘no’ manterrà l’attuale assetto della Magistratura. Il cuore del provvedimento è rappresentato dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oggi appartenenti allo stesso ordine.
La riforma introduce due percorsi professionali distinti fin dall’inizio: chi sceglie di diventare giudice non potrà mai svolgere la funzione requirente e, allo stesso modo, chi intraprende la carriera di pubblico ministero non potrà passare a quella giudicante. Secondo i sostenitori della riforma questa distinzione rafforza il principio del ‘giudice terzo’ per garantire maggiore imparzialità nel processo penale e una più netta distinzione tra accusa e giudizio. Per i critici, invece, si tratta di una modifica che rompe l’unità della magistratura, con possibili conseguenze sull’equilibrio del sistema.
Le novità e le critiche alla riforma
Tra le principali novità previste dalla riforma figura anche la creazione di due Consigli superiori della magistratura distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi manterranno le competenze su assunzioni, promozioni, trasferimenti e valutazioni professionali. Particolarmente dibattuta è la modalità di selezione dei componenti, che prevede in parte il ricorso al sorteggio. L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura e favorire maggiore trasparenza. Ma, secondo il fronte contrario, questa scelta rischia di compromettere la rappresentatività degli organi di autogoverno.
Disciplina dei magistrati
Un ulteriore punto centrale riguarda la disciplina dei magistrati. Oggi le sanzioni disciplinari sono gestite dal Csm, mentre la riforma introduce una nuova Alta Corte disciplinare, organo autonomo che giudicherà sia in primo che in secondo grado, senza possibilità di ricorso in Cassazione. Inoltre l’azione disciplinare viene attribuita al Ministro della Giustizia, elemento che rappresenta uno dei nodi più controversi del provvedimento. Secondo i sostenitori del ‘no’, questa modifica potrebbe incidere sull’indipendenza della magistratura, alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Nel complesso la riforma non interviene direttamente sulla durata dei processi o sull’efficienza della macchina giudiziaria, ma ridisegna l’architettura interna della magistratura e i rapporti tra i suoi organi, modificando equilibri consolidati da decenni. Per la maggioranza si tratta di un passaggio necessario per modernizzare il sistema, rafforzare l’imparzialità dei giudici e limitare possibili commistioni tra chi accusa e chi giudica.
La sfida Meloni-Schlein
Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha più volte ribadito che respingere la riforma significherebbe “rischiare di restare con una giustizia che non funziona”.
Sul fronte opposto si collocano le forze di opposizione, una parte significativa della magistratura associata e diversi costituzionalisti. Secondo i sostenitori del ‘no la separazione delle carriere e il nuovo sistema di governance potrebbero rendere i pubblici ministeri più esposti al potere politico e compromettere l’autonomia dell’ordine giudiziario. La Segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha criticato duramente il progetto, sostenendo che la riforma “serve a chi sta al potere per sfuggire a ogni controllo”.





