0
Vladimir Putin, Presidente Russia

Putin scommette sulla disunione dell’Occidente

sabato, 21 Marzo 2026
3 minuti di lettura

A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la guerra in Ucraina si è trasformata in un conflitto di logoramento senza sbocchi evidenti, ben lontano dalle aspettative di una rapida vittoria coltivate dal Cremlino nel febbraio 2022. Nonostante l’enorme dispiegamento di uomini e mezzi, la Russia non è riuscita a piegare Kyiv né a imporre un controllo stabile sull’intero territorio ucraino, rimanendo in gran parte bloccata lungo linee del fronte che, pur tra avanzate limitate e sanguinose, non hanno prodotto svolte decisive. Questo stallo prolungato contraddice apertamente la narrazione di forza e inevitabilità su cui Vladimir Putin ha costruito la propria legittimazione interna e la sua proiezione internazionale.

Eppure, questa impasse militare non ha prodotto alcuna apertura concreta verso un compromesso. Al contrario, il presidente russo continua a sostenere condizioni che equivarrebbero alla dissoluzione dell’Ucraina come Stato sovrano e come nazione distinta.

Una posizione che, per quanto radicale, risponde a una logica precisa: dopo aver sacrificato un numero enorme di vite e aver trascinato la Russia in una nuova fase di confronto sistemico con l’Occidente, solo una vittoria piena può giustificare il prezzo pagato. Accettare un accordo che lasci fuori dal controllo del Cremlino la maggior parte del territorio ucraino verrebbe percepito in patria come una sconfitta storica, capace di travolgere la stessa immagine di Putin come restauratore della potenza russa.

In questo senso, il leader del Cremlino è intrappolato nella guerra che ha scelto. Ma sarebbe un errore interpretare questa condizione come un segno di debolezza strategica. Putin resta convinto che i suoi obiettivi siano ancora raggiungibili e che il fattore decisivo non sarà tanto l’andamento delle operazioni militari quanto la tenuta politica dell’Occidente. È su questo terreno che Mosca ritiene di avere un vantaggio.

La convinzione di poter “resistere più a lungo” affonda le radici nell’esperienza degli ultimi due decenni. Dalla guerra in Georgia nel 2008 all’annessione della Crimea e all’inizio del conflitto nel Donbas nel 2014, ogni iniziativa aggressiva della Russia è stata accompagnata da dure condanne occidentali seguite, nel giro di pochi anni, da tentativi di normalizzazione dei rapporti. Anche quando sono state adottate sanzioni, queste si sono spesso rivelate limitate o temporanee, mentre diversi Paesi europei continuavano ad approfondire i legami economici con Mosca, soprattutto nel settore energetico.

Non sorprende, dunque, che il Cremlino guardi con scetticismo alle dichiarazioni di unità provenienti dalle capitali occidentali. L’invasione del 2022 ha certamente prodotto una risposta iniziale più compatta del previsto, ma a Mosca si ritiene che questa coesione sia destinata a logorarsi con il tempo. E alcuni sviluppi recenti sembrano rafforzare questa convinzione.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 ha segnato un cambio di passo significativo nella postura degli Stati Uniti. La riduzione degli aiuti militari a Kyiv e il tentativo di riposizionare Washington come intermediario nei negoziati hanno trasferito gran parte del peso del sostegno sull’Europa.

I partner europei hanno in parte colmato il vuoto, ma lo hanno fatto in modo diseguale, con un impegno concentrato su un numero limitato di Paesi, tra cui Germania, Regno Unito e le nazioni del Nord Europa. Una configurazione che rende l’intero sistema di supporto più fragile e dipendente dagli equilibri politici interni.

Questa fragilità è evidente anche all’interno dell’Unione Europea. Un importante pacchetto di aiuti finanziari resta bloccato dal veto dell’Ungheria, il cui primo ministro Viktor Orbán continua a ostacolare le iniziative volte a rafforzare l’Ucraina e ad aumentare la pressione su Mosca. Ma il problema non si esaurisce nel caso ungherese. La crescita dei partiti populisti in diversi Paesi europei apre la prospettiva di nuove divisioni, che potrebbero compromettere la continuità del sostegno a Kyiv nel medio periodo.

A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono tensioni geopolitiche più ampie. Le divergenze tra alleati sulla gestione delle crisi in Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche strategiche stanno mettendo in luce crepe nell’Alleanza transatlantica. Ogni frattura, per quanto circoscritta, rappresenta per il Cremlino un’opportunità per indebolire il fronte occidentale e ridurre il livello di supporto all’Ucraina.

La strategia di Putin, in definitiva, è una strategia di logoramento politico oltre che militare. Se la Russia non è riuscita a ottenere una vittoria rapida sul campo, punta a conseguirla nel tempo, scommettendo sull’erosione della volontà occidentale. L’obiettivo non è necessariamente vincere domani, ma arrivare a un punto in cui l’Ucraina, privata di un sostegno sufficiente, non sia più in grado di resistere.

A conferma di questa strategia, l’annuncio della sospensione dei colloqui appare tutt’altro che casuale. Mosca non ha mai mostrato un reale interesse per una soluzione negoziale che comportasse concessioni sostanziali, ma ha piuttosto utilizzato il formato dei negoziati come strumento tattico: un modo per guadagnare tempo, alleggerire le pressioni internazionali e sondare le crepe nel fronte occidentale.

Il richiamo alla necessità che gli Stati Uniti possano “porre più attenzione” alla questione chiarisce la vera posta in gioco per il Cremlino: non il raggiungimento di un accordo, ma l’attesa che il contesto internazionale evolva in senso più favorevole ai propri obiettivi. In questa prospettiva, i colloqui non rappresentano un percorso verso la pace, bensì un ulteriore terreno di manovra nella più ampia strategia di logoramento perseguita da Mosca.

È su questa scommessa che si gioca oggi il futuro della guerra. Non solo nelle trincee del Donbas o lungo il fronte meridionale, ma nelle capitali europee e a Washington, dove si decide la continuità — o l’interruzione — del sostegno a Kyiv. Se l’Occidente dovesse davvero dividersi, come Putin auspica, il rischio non sarebbe soltanto la sconfitta dell’Ucraina, ma un colpo durissimo alla credibilità e alla tenuta dell’intero ordine europeo.

Renato Caputo

Renato Caputo

Docente universitario di “Diritto Internazionale e normative sulla sicurezza (IUS/13)” nell’ambito del Master universitario di Secondo Livello in Scienze Informative per la Sicurezza presso l’Università degli Studi eCampus di Novedrate (CO)

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

Fonti rinnovabili: in due anni investimenti su del 24%

L’IEA, l’Agenzia internazionale intergovernativa dell’energia fondata nel 1974 dall’OCSE in…

“Ukraina – Stranieri amori alle soglie della guerra” di Gabriele Lanci

“Ukraina – Stranieri amori alle soglie della guerra”, edito dall’associazione…