Durante un’audizione riservata al Senato degli Stati Uniti, la Direttrice dell’Intelligence USA, Tulsi Gabbard, ha dichiarato che il regime iraniano, pur indebolito da pressioni interne ed esterne, resta “intatto” e capace di influenzare la regione. Le sue parole, pronunciate davanti alla Commissione per le relazioni estere, hanno suscitato reazioni contrastanti tra i senatori, divisi tra chi vede nell’Iran un attore ormai logorato e chi teme una sottovalutazione strategica. Gabbard ha descritto un sistema politico “degradato nella sua legittimità e nella coesione interna”, citando le proteste popolari, le tensioni tra fazioni e l’erosione del consenso religioso.
Tuttavia, ha messo in guardia contro l’idea che Teheran sia prossima al collasso. “Il regime ha dimostrato resilienza, adattamento e una capacità di proiezione militare che non possiamo ignorare,” ha affermato, riferendosi alle operazioni delle milizie sciite in Iraq, Siria e Libano, nonché al programma missilistico e alla crescente cooperazione con Mosca e Pechino. Secondo Gabbard, la narrativa occidentale rischia di semplificare una realtà più sfumata: “Non basta contare le crepe, bisogna capire cosa tiene ancora insieme la struttura.”
Ha inoltre sottolineato che le sanzioni, pur avendo indebolito l’economia iraniana, non hanno prodotto un cambio di regime né una riduzione significativa delle capacità militari. Al contrario, ha suggerito che l’isolamento potrebbe aver rafforzato l’asse anti-occidentale, con Teheran più incline a cercare alleanze alternative. La sua testimonianza arriva in un momento delicato, con il Congresso chiamato a valutare nuove misure contro l’Iran e a ridefinire la strategia statunitense nel Golfo. Per Gabbard, l’approccio deve essere “lucido, non ideologico”, e basarsi su una comprensione profonda delle dinamiche interne iraniane. Il regime è indebolito, ma non è ancora fuori gioco. E ignorarlo, ha concluso, sarebbe un errore strategico.





