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il lungo cammino del cattolicesimo italiano verso l’integrazione nello Stato e nella democrazia
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Il cattolicesimo politico in Italia

Dalla fine del non expedit alla nascita del Partito Popolare e della Democrazia cristiana: i cattolici nella politica italiana
mercoledì, 18 Marzo 2026
9 minuti di lettura

Introduzione

Il rapporto tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano dopo l’unificazione fu segnato da una lunga fase di tensione e progressiva ridefinizione dei rapporti istituzionali. La frattura originaria risale alla Presa di Roma del 1870, che pose fine al potere temporale dei papi e completò il processo di unificazione nazionale. La Santa Sede reagì con una posizione di netta distanza nei confronti del nuovo Stato unitario, sintetizzata nella formula del non expedit – “non conviene”, “non è opportuno”.

Tale linea, sostenuta da Pio IX e successivamente mantenuta da Leone XIII, invitava i cattolici italiani a non partecipare alla vita politica del Regno d’Italia, evitando in particolare la partecipazione alle elezioni parlamentari. Il divieto non era soltanto una scelta disciplinare, ma esprimeva una posizione politica precisa: la Chiesa non intendeva legittimare uno Stato che aveva sottratto al papato la sovranità su Roma.

Come ha osservato lo storico e diplomatico Sergio Romano, la condizione della Chiesa in quegli anni era paradossale: essa era troppo debole per assumersi direttamente la responsabilità del governo dell’Italia, ma al tempo stesso troppo forte per essere ignorata nella vita pubblica del Paese. Pur priva di strumenti politici diretti, la Chiesa continuava infatti a esercitare una profonda influenza morale, sociale ed educativa sulla società italiana.

Il non expedit e l’organizzazione del mondo cattolico

Per diversi decenni dopo l’Unità d’Italia, i cattolici rimasero formalmente estranei alla vita politica nazionale. Il non expedit limitava la partecipazione elettorale e scoraggiava la formazione di organizzazioni politiche cattoliche. Tuttavia, questa esclusione dalla sfera parlamentare non comportò un isolamento dalla vita sociale.

Al contrario, il mondo cattolico sviluppò un vasto sistema di associazioni religiose, culturali e sociali che contribuirono alla formazione di una nuova classe dirigente laica. Tra queste ebbero particolare importanza l’Opera dei Congressi, attiva nella seconda metà dell’Ottocento, e successivamente l’Azione Cattolica. Attraverso queste organizzazioni si sviluppò una rete capillare di iniziative educative, sociali e caritative che rafforzarono la presenza cattolica nella società italiana.

In questa fase, la strategia della Chiesa consisteva nel mantenere una forte presenza nella società civile senza partecipare direttamente alla politica dello Stato.

Le prime attenuazioni del divieto politico

All’inizio del Novecento, la rigidità del non expedit iniziò progressivamente ad attenuarsi. Durante il pontificato di Pio X, la Santa Sede consentì in alcune circostanze limitate la partecipazione dei cattolici alle elezioni, soprattutto per contrastare l’avanzata delle forze politiche socialiste e radicali, spesso caratterizzate da un forte anticlericalismo.

L’episodio più significativo di questa fase fu il Patto Gentilonidel 1913. L’accordo, promosso dal conte Vincenzo Ottorino Gentiloni con l’appoggio del governo di Giovanni Giolitti, prevedeva un sostegno elettorale dei cattolici a candidati liberali disposti a garantire alcune richieste fondamentali del mondo cattolico, in particolare in materia di scuola e libertà religiosa.

Questo accordo segnò una prima forma di collaborazione politica tra cattolici e istituzioni dello Stato liberale, anticipando sviluppi che si sarebbero compiuti negli anni successivi.

La Prima guerra mondiale e l’integrazione dei cattolici nello Stato

Un passaggio decisivo nel processo di integrazione dei cattolici nella vita nazionale fu rappresentato dalla Prima guerra mondiale. Il conflitto coinvolse milioni di italiani, tra cui una grande massa di contadini e lavoratori profondamente legati alla tradizione cattolica.

L’esperienza del fronte contribuì a rafforzare il senso di appartenenza nazionale e favorì un progressivo avvicinamento tra il mondo cattolico e lo Stato italiano.

Un ruolo importante fu svolto dai cappellani militari, sacerdoti incaricati di assistere spiritualmente i soldati. Essi celebravano la Messa, amministravano i sacramenti, confortavano i feriti e i morenti e accompagnavano i soldati nei momenti più difficili della vita di trincea. La loro presenza contribuì non solo al sostegno morale delle truppe, ma anche alla progressiva integrazione della religione cattolica nella vita pubblica della nazione. Ancora oggi, una parte rilevante dei patti lateranensi, recepiti dalla nostra Costituzione all’articolo 7, pur garantendo la libertà di culto dei militari, disciplina e tratta del ruolo dei Cappellani Militari nelle nostre Forze Armate.

L’esperienza di Angelo Roncalli

Tra i cappellani militari si distinse la figura di Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII. Nato nel 1881 a Sotto il Monte, Roncalli fu nominato cappellano militare nel 1915 e svolse la sua attività soprattutto negli ospedali militari e nei reparti sanitari.

La sua opera si caratterizzò per la grande attenzione umana e pastorale verso i soldati feriti o traumatizzati dalla guerra. Roncalli si dedicò con particolare sensibilità all’ascolto delle sofferenze dei combattenti, offrendo conforto spirituale e sostegno morale.

L’esperienza della guerra contribuì a formare in lui una profonda sensibilità verso i drammi dell’umanità contemporanea, che emergerà con forza durante il suo pontificato.

La fine del non expedit e la nascita del Partito Popolare

Alla fine della guerra il sistema politico italiano attraversava una fase di forte instabilità. Le tensioni sociali, la diffusione delle idee socialiste e l’impatto della Rivoluzione russa alimentarono timori di radicalizzazione politica e di conflitti sociali.

In questo contesto maturò la decisione della Santa Sede di consentire ai cattolici una partecipazione politica organizzata. Nel 1919 il papa Benedetto XV pose definitivamente fine alla politica del non expedit, aprendo la strada alla nascita di un partito politico di ispirazione cristiana.

Nello stesso anno il sacerdote siciliano Luigi Sturzo fondò il Partito Popolare Italiano, presentato attraverso il celebre “Appello ai liberi e forti”. Il nuovo partito mirava a rappresentare i cattolici nella vita politica nazionale, promuovendo principi di giustizia sociale, autonomia delle comunità locali e partecipazione democratica.

Il principio dell’aconfessionalità

Uno degli aspetti più innovativi del progetto politico di Sturzo fu la scelta dell’aconfessionalità. Il Partito Popolare non doveva essere un partito confessionale, direttamente controllato dalla gerarchia ecclesiastica, ma una formazione politica autonoma, guidata dai laici e aperta anche a cittadini non cattolici che condividessero il programma politico.

Il partito si ispirava alla dottrina sociale cristiana, esplicitata dall’enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII promulgata il 15 maggio 1891. L’enciclica conteneva riflessioni e affrontava la condizione dei lavoratori, la proprietà privata, i rapporti tra capitale e lavoro, e la giustizia sociale. Era un testo fondativo della cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. L’Obiettivodell’enciclica era di dare ai cattolici strumenti morali e politici per partecipare alla società moderna senza abbracciare il socialismo rivoluzionario, e contemporaneamente affermare la dignità del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Tuttavia il Partito Popolare non si identificava con la Chiesa come istituzione. Questa impostazione consentiva di inserire il movimento cattolico nel quadro della democrazia liberale senza compromettere l’autonomia reciproca tra sfera religiosa e sfera politica.

La crisi del Partito Popolare e l’avvento del fascismo

Nonostante il successo elettorale iniziale, il Partito Popolare entrò rapidamente in crisi negli anni Venti. Il partito era attraversato da profonde divisioni interne tra una corrente democratica e riformista, vicina a Sturzo, e una corrente più conservatrice, rappresentata da esponenti come Filippo Meda e Stefano Cavazzoni.

La crescita del movimento fascista guidato da Benito Mussolini accentuò ulteriormente le tensioni. Alcuni esponenti popolari consideravano il fascismo un possibile argine contro il socialismo, mentre altri – tra cui lo stesso Sturzo – lo giudicavano incompatibile con la democrazia parlamentare.

Nel 1923 Sturzo fu costretto a lasciare la guida del partito e poco dopo partì per l’esilio. Con il progressivo consolidamento della dittatura fascista e lo smantellamento del sistema parlamentare, il Partito Popolare cessò di fatto di esistere.

Dalla tradizione popolare alla Democrazia Cristiana

Nonostante lo scioglimento del partito, la tradizione politica del cattolicesimo democratico non scomparve. Molti ex dirigenti popolari continuarono a operare nell’associazionismo cattolico e negli ambienti culturali, mantenendo viva una rete di relazioni e di idee.

Dopo la caduta del fascismo nel 1943, questa tradizione confluirà nella nascita della Democrazia Cristiana, fondata da un gruppo di dirigenti cattolici tra cui Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira.

De Gasperi, già esponente del Partito Popolare e perseguitato dal regime fascista, diventerà il principale leader della nuova formazione politica e guiderà i governi italiani nei primi anni della Repubblica.

Il Cattolicesimo Politico e la Democrazia Cristiana in Italia (1943–1994)

Il periodo compreso tra il 1943 e il 1994 rappresenta un capitolo cruciale nella storia politica italiana: la nascita, l’affermazione e il declino della Democrazia Cristiana (DC) coincidono con il consolidamento del cattolicesimo politico come forza determinante nella costruzione della Repubblica italiana. La DC, partito ispirato ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, si pose come intermediario tra valori religiosi e realtà democratica, cercando di tradurre l’etica cristiana in azione politica senza trasformare l’Italia in uno Stato confessionale.

Nascita e primo sviluppo della Democrazia Cristiana (1943–1946)

La DC nacque nel 1943, erede dei movimenti dei cattolici democratici, che dopo la fine del non expedit erano tornati a partecipare alla vita politica nazionale. L’obiettivo era creare un partito capace di coniugare i valori del cattolicesimo sociale con la necessità di stabilità democratica in un’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale e dalla caduta del fascismo.

In questo contesto, Alcide De Gasperi si impose come figura centrale. Statista pragmatico, De Gasperi perseguì una linea politica che mirava a garantire la stabilità istituzionale, a integrare l’Italia nella sfera occidentale e a promuovere riforme sociali moderate, coerenti con la Dottrina Sociale della Chiesa. L’azione di De Gasperi rifletteva una concezione della politica come servizio pubblico e strumento di mediazione tra Chiesa, società e nuove istituzioni democratiche.

Le correnti interne della DC

Fin dalle origini, la DC non fu monolitica, ma caratterizzata da diverse sensibilità interne:

  1. Centrismo moderato – rappresentato da De Gasperi e, successivamente, da Moro, privilegiava la stabilità politica, la mediazione tra partiti e il rispetto dell’autonomia dello Stato rispetto al Vaticano.
  2. Cattolicesimo sociale e progressista – incarnato da Giuseppe Dossetti e, in parte, da La Pira, vedeva nella politica un’applicazione etica dei principi cristiani, con attenzione alla giustizia sociale, alla scuola e al welfare.
  3. Cattolicesimo popolare e riformista – promosso da Amintore Fanfani e La Pira, mirava a rafforzare la classe media e i lavoratori, utilizzando le riforme sociali ed economiche per democratizzare la società.
    Queste correnti convivevano all’interno del partito, determinando un equilibrio tra pragmatismo e idealismo etico, tra mediazione politica e impulso riformista.

Il periodo della ricostruzione e del consolidamento (1946–1960)

Durante gli anni della prima Repubblica, la DC si affermò come partito guida della politica italiana. I governi di De Gasperi promossero riforme agrarie, assistenza sociale e politiche educative, cercando di tradurre la Dottrina Sociale della Chiesa in azione legislativa. La DC rappresentava così sia un partito di massa, capace di attrarre l’elettorato cattolico, sia uno strumento di integrazione della società italiana nella democrazia occidentale, in un contesto segnato dalle tensioni tra forze di sinistra e residui del fascismo.

Leadership e diversificazione interna (1960–1970)

Gli anni sessanta videro la DC confrontarsi con le sfide della modernizzazione e della crescita economica. Tra i leader più autorevoli del cattolicesimo politico vi furono Amintore Fanfani, che promosse politiche riformiste nel campo dell’istruzione, dei sindacati cattolici e dell’industria, cercando un cattolicesimo moderno radicato nel lavoro e nelle città; Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, che incarnava il cattolicesimo etico e solidale, con forte attenzione alla giustizia internazionale e alla pace e Giuseppe Dossetti, pur ritiratosi dalla politica attiva, influenzò le correnti interne riformiste, sottolineando la dimensione morale della partecipazione politica.

In questi anni, la DC riuscì a mantenere un equilibrio tra pragmatismo centrista e spinta etica/sociale della sinistra cattolica, mostrando la sua capacità di mediare tra valori religiosi e necessità politiche.

Dall’apertura a sinistra al declino (1970–1994)

A partire dagli anni settanta, la DC sperimentò strategie di apertura a sinistra, con governi di coalizione comprendenti il PSI e altre forze riformiste, cercando di sviluppare politiche sociali più profonde. Tuttavia, la combinazione di scandali, crisi morale e logiche clientelari determinò un progressivo indebolimento del partito. Con Tangentopoli e la dissoluzione del sistema politico tradizionale negli anni novanta, la DC cessò di esistere come forza centrale della politica italiana, lasciando spazio a movimenti minori e iniziative civili, pur mantenendo viva l’eredità del cattolicesimo politico.

Conclusione

La storia del cattolicesimo politico italiano tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra rappresenta un processo di progressiva integrazione tra il mondo cattolico e lo Stato nazionale. Dalla fase di isolamento del non expedit si giunse gradualmente alla partecipazione attiva dei cattolici alla vita politica. La fondazione del Partito Popolare nel 1919 segnò il primo grande ingresso dei cattolici nella democrazia di massa, mentre la nascita della Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra consolidò definitivamente questa tradizione politica, destinata a svolgere un ruolo centrale nella storia della Repubblica italiana. La storia della DC e del cattolicesimo politico in Italia tra il 1943 e il 1994 mostra come i valori cristiani siano stati tradotti in strumenti di governo democratico, mediando tra etica e pragmatismo in quanto la DC fu un ponte tra Chiesa e Stato, tra idealismo etico e necessità di stabilità politica. Le sue correnti interne permisero il dialogo tra pragmatismo e riformismo sociale, tra centrismo moderato e cattolicesimo etico e La leadership di De Gasperi fu fondamentale nel consolidamento del partito e nell’inserimento dell’Italia nel contesto europeo post-bellico.

Il declino della DC negli anni novanta segnò la fine di un’epoca in cui il cattolicesimo politico aveva avuto un ruolo centrale nella costruzione della Repubblica italiana, lasciando una lezione storica sulla capacità di mediazione tra valori religiosi e politica democratica sulla quale è necessario ancora oggi riflettere sulla validità ed attualità nell’attuale contesto politico nazionale.

Questo articolo vuole quindi offrire un modesto e sintetico quadro storico di riferimento all’incontro che il nostro giornale ha promosso……..

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