Israele ha intensificato nella notte i raid sull’Iran colpendo Teheran, Shiraz e Tabriz. Nel mirino strutture di sicurezza, depositi missilistici, difese aeree e infrastrutture per droni e missili balistici. Secondo Tel Aviv, negli attacchi sarebbero stati colpiti anche esponenti di primo piano, tra cui Ali Larijani e Gholamreza Soleimani, capo delle forze Basij. Teheran non conferma.
Sul caso Larijani resta incertezza. I canali iraniani hanno diffuso un messaggio scritto attribuito al dirigente, in cui si celebra il sacrificio dei militari della Marina. Il testo però non chiarisce se sia vivo o morto e appare soprattutto come un segnale politico interno.
L’Idf parla di “successi significativi” e collega i raid anche alla neutralizzazione di esponenti palestinesi nascosti a Teheran. Proseguono intanto gli attacchi contro Hezbollah a Beirut, con un ulteriore allargamento del fronte libanese e un aggravamento della situazione civile.
Antonio Tajani ha definito un errore l’ingresso di Hezbollah nel conflitto, sostenendo che il Libano è stato trascinato in una guerra che non lo riguarda, con conseguenze umanitarie già gravi. Ha inoltre chiesto la tutela del personale Unifil, mentre la missione Onu invita a evitare incidenti che possano degenerare.
Sul piano strategico, secondo l’intelligence statunitense la campagna militare non sta producendo un cambio di regime. Il sistema di potere iraniano regge e i Pasdaran starebbero rafforzando il proprio ruolo. Il rischio è l’effetto opposto a quello dichiarato.
Hormuz: Trump chiama, gli alleati frenano
La crisi dello Stretto di Hormuz apre uno scontro politico tra Washington e i partner. Donald Trump ha chiesto a Giappone, Corea del Sud e Cina di contribuire alla sicurezza della rotta, sottolineando la loro forte dipendenza energetica. Più che una proposta condivisa, un test di allineamento. La risposta è stata fredda.
Tokyo e Seul affermano di non aver ricevuto richieste formali e richiamano vincoli legali e parlamentari. Entrambi i governi insistono sulla prudenza e sulla de-escalation. In sostanza, Washington chiede navi, gli alleati prendono tempo.
L’Europa resta fuori da un coinvolgimento diretto. Le missioni navali non verranno estese a operazioni di scorta nello Stretto. La linea è difensiva e diplomatica. Tajani ha ribadito che non si può entrare in guerra e che serve rafforzare il dialogo tra Stati Uniti e Iran.
Mercati sotto tensione e traffico ridotto
Le conseguenze economiche sono già evidenti. Il traffico a Hormuz resta molto sotto i livelli prebellici, i prezzi del petrolio restano alti e diversi Paesi asiatici introducono misure di risparmio energetico. Alcune navi tornano a transitare, ma in modo selettivo e negoziato, senza legami con Stati Uniti o Israele. Una riapertura parziale e fragile, lontana dalla normalità.





