Gli Stati arabi del Golfo hanno intercettato nelle ultime ore nuovi missili e droni provenienti da milizie alleate dell’Iran. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno confermato di aver attivato i propri sistemi di difesa aerea per neutralizzare gli ordigni diretti verso infrastrutture strategiche e aree urbane. L’episodio arriva mentre Teheran minaccia apertamente di estendere la guerra oltre i confini attuali, accusando i Paesi del Golfo di sostenere operazioni ostili contro i suoi interessi. Secondo fonti militari locali, gli attacchi intercettati non hanno provocato vittime, ma hanno alimentato il timore di un conflitto più ampio che potrebbe coinvolgere direttamente gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Le autorità saudite hanno parlato di “aggressioni coordinate”, mentre gli Emirati hanno ribadito che continueranno a difendere il proprio territorio “con ogni mezzo necessario”.
Sullo sfondo, resta la crescente attività delle milizie filo‑iraniane in Yemen, Iraq e Siria, che negli ultimi mesi hanno intensificato l’uso di droni a lungo raggio. Teheran, dal canto suo, sostiene che le sue minacce sono una risposta alle “provocazioni occidentali” e agli attacchi subiti da gruppi alleati. Ma gli analisti regionali avvertono che la retorica iraniana potrebbe preludere a un ampliamento del fronte, con conseguenze imprevedibili per le rotte energetiche e la sicurezza marittima nel Golfo Persico.
Le monarchie arabe, tradizionalmente prudenti, temono che un’escalation possa colpire direttamente impianti petroliferi e infrastrutture critiche, già bersaglio in passato di operazioni attribuite all’Iran. La comunità internazionale segue con crescente preoccupazione. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza navale nella regione, mentre l’Unione Europea ha invitato tutte le parti alla de‑escalation. Ma la sensazione, tra diplomatici e osservatori, è che il margine per la diplomazia si stia assottigliando.





