La crisi in Medio Oriente sta producendo un effetto inatteso sui mercati energetici globali. Secondo un’analisi del Financial Times, l’aumento dei prezzi del petrolio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz starebbe garantendo alla Russia entrate aggiuntive fino a 150 milioni di dollari al giorno.
Le stime citate dal quotidiano britannico indicano che nei primi giorni di conflitto Mosca avrebbe già incassato tra 1,3 e 1,9 miliardi di dollari di entrate fiscali supplementari legate alle esportazioni di petrolio. Se l’attuale livello dei prezzi dovesse mantenersi, il totale potrebbe salire tra 3,3 e quasi 5 miliardi di dollari entro la fine di marzo.
L’incremento deriva soprattutto dal rialzo del prezzo del greggio russo Urals, che questo mese potrebbe oscillare tra i 70 e gli 80 dollari al barile, ben al di sopra della media dei due mesi precedenti, ferma intorno ai 52 dollari.
Più domanda da India e Cina
Le tensioni nello stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti del mondo, stanno ridisegnando le rotte commerciali. Secondo diversi analisti citati dal quotidiano, l’incertezza sulle forniture mediorientali ha spinto India e Cina ad aumentare rapidamente gli acquisti di greggio russo.
Uno studio del Centre for Research on Energy and Clean Air segnala che le importazioni dei due Paesi dalla Russia sono cresciute di circa il 22 per cento rispetto alla media giornaliera registrata a febbraio, già nella prima settimana di guerra.
La crisi rischia infatti di sottrarre al mercato mondiale decine di milioni di tonnellate di petrolio e milioni di tonnellate di gas liquefatto al mese, aumentando la competizione per le forniture disponibili.
Prezzi in forte rialzo
Il greggio russo viene ora scambiato con un premio significativo rispetto ai mesi precedenti. Secondo dati di mercato citati nell’analisi, il prezzo attuale risulta 20–30 dollari più alto rispetto alla media del trimestre precedente.
In India, uno dei principali clienti di Mosca, il petrolio russo sarebbe arrivato a essere venduto circa 5 dollari sopra il Brent, invertendo la tendenza degli ultimi mesi, quando veniva offerto con forti sconti.
Gli economisti stimano che ogni aumento di 10 dollari nel prezzo medio mensile del petrolio possa generare circa 2,8 miliardi di dollari di ricavi aggiuntivi per gli esportatori russi, di cui oltre 1,6 miliardi affluiscono direttamente allo Stato attraverso le tasse.
Un sollievo per il bilancio russo
Il rialzo dei prezzi rappresenta un cambio di scenario per Mosca. All’inizio dell’anno il governo russo temeva un calo delle entrate energetiche e possibili difficoltà di bilancio.
Secondo alcuni analisti, i prezzi attuali potrebbero permettere al Cremlino di centrare gli obiettivi fiscali del trimestre e persino accumulare qualche riserva. Tuttavia, per compensare pienamente il calo delle entrate registrato nei mesi precedenti, sarebbe necessario che le condizioni di mercato favorevoli durino per diversi mesi.
Se la crisi dovesse prolungarsi, osservano gli esperti, la Russia potrebbe anche aumentare la produzione, oggi mantenuta circa 300 mila barili al giorno sotto i limiti fissati dall’accordo OPEC+.
Per ora, con le rotte energetiche del Golfo sotto pressione, molti analisti ritengono che Mosca stia beneficiando indirettamente della situazione. Come sintetizza uno degli esperti citati nell’inchiesta del quotidiano britannico, la Russia rischia di essere “la grande vincitrice energetica di questa crisi”.





