Gli Stati Uniti hanno avviato una nuova serie di indagini ai sensi della Sezione 301 del Trade Act, puntando l’attenzione su 60 Paesi sospettati di pratiche commerciali legate all’uso del lavoro forzato. È una mossa che segna un ampliamento significativo dell’approccio americano alla tutela dei diritti umani nelle catene di approvvigionamento globali, tradizionalmente concentrato su singoli settori o nazioni.
L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (USTR) ha confermato che l’obiettivo è valutare se tali pratiche costituiscano una distorsione del mercato e un vantaggio competitivo illecito, aprendo la strada a possibili dazi, restrizioni o sanzioni mirate. Secondo fonti dell’amministrazione, l’iniziativa nasce da un crescente allarme bipartisan sul rischio che prodotti realizzati con manodopera coatta — spesso legata a reti criminali, sfruttamento minorile o repressione politica — possano entrare liberamente nel mercato statunitense.
Le indagini riguarderanno settori ad alta intensità di lavoro, come tessile, agricoltura, elettronica e lavorazione dei metalli, con un’attenzione particolare alle filiere difficili da tracciare.
L’USTR ha precisato che la Sezione 301 non è solo uno strumento commerciale, ma anche un mezzo per “difendere valori fondamentali” e garantire condizioni eque per le imprese americane. La decisione ha già suscitato reazioni contrastanti.
Alcuni governi coinvolti hanno definito l’iniziativa “unilaterale e politicizzata”, mentre organizzazioni per i diritti umani l’hanno accolta come un passo necessario per contrastare un fenomeno che, secondo le stime internazionali, coinvolge decine di milioni di persone.
Anche il mondo imprenditoriale osserva con attenzione: molte aziende temono un aumento dei controlli e dei costi di conformità, ma riconoscono che la pressione normativa potrebbe spingere verso filiere più trasparenti.





