Il Cile volta pagina con l’insediamento di José Antonio Kast, il presidente più conservatore che il Paese abbia avuto dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet. Tre mesi dopo la vittoria elettorale, il leader del Partito Repubblicano ha ricevuto le consegne dal presidente uscente Gabriel Boric durante una cerimonia solenne al Congresso di Valparaíso, alla presenza di capi di Stato, delegazioni internazionali e sostenitori che hanno accolto il nuovo presidente con cori e slogan identitari. L’arrivo di Kast alla guida del Paese segna un cambiamento politico netto, dopo quattro anni di governo progressista e un ciclo di riforme sociali che aveva polarizzato l’opinione pubblica. Kast, 60 anni, cattolico conservatore e padre di nove figli, ha costruito la sua ascesa politica su un’agenda centrata su sicurezza, immigrazione e ordine pubblico, temi che hanno trovato terreno fertile in un Paese segnato da proteste, crisi economica e sfiducia nelle istituzioni. La sua vicinanza ideologica a figure come Donald Trump e Javier Milei, così come la sua dichiarata ammirazione per alcuni aspetti del regime militare, hanno alimentato un acceso dibattito interno e internazionale. Per i suoi sostenitori, rappresenta il ritorno alla stabilità; per i detrattori, un pericoloso passo indietro nella memoria democratica cilena. Il nuovo presidente eredita un Paese diviso, con un processo costituzionale fallito alle spalle e una società che chiede risposte rapide su inflazione, criminalità e crescita economica. Kast ha promesso un governo “di fermezza e responsabilità”, annunciando misure immediate per rafforzare la sicurezza e attrarre investimenti. Tuttavia, la sua agenda rischia di scontrarsi con un Parlamento frammentato e con una parte della popolazione che teme un restringimento dei diritti civili. L’insediamento di Kast non è solo un cambio di leadership, ma un segnale politico che risuona in tutta l’America Latina, dove le destre radicali stanno guadagnando terreno.





