Gli elettori svizzeri hanno respinto con decisione l’iniziativa promossa dalla destra per ridurre drasticamente il canone destinato alla radiotelevisione pubblica, confermando l’attuale livello di finanziamento con una maggioranza stimata intorno al 62% dei voti.
La proposta, sostenuta dall’Unione Democratica di Centro (UDC) e dalla sezione giovanile del Partito Liberale Radicale, mirava a tagliare il contributo annuale da 335 a 200 franchi, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i costi per le famiglie e favorire una maggiore concorrenza privata. L’iniziativa, tuttavia, ha convinto solo il 38% degli elettori, segnando una sconfitta netta per i promotori.
Il risultato è stato accolto come una vittoria per il servizio pubblico, considerato da molti un pilastro della coesione nazionale in un Paese multilingue e caratterizzato da un forte pluralismo regionale.
I sostenitori del “no” hanno sottolineato che un taglio così profondo avrebbe compromesso la qualità dell’informazione, ridotto la produzione culturale e indebolito la capacità dell’emittente di garantire un’offerta equilibrata nelle diverse aree linguistiche. Alcuni analisti hanno evidenziato come il voto rappresenti anche una risposta alla crescente pressione populista contro i media tradizionali, riaffermando la fiducia dell’elettorato nella funzione democratica del servizio pubblico.
La campagna referendaria è stata particolarmente accesa, con la destra che ha accusato la radiotelevisione nazionale di costi eccessivi e di un presunto orientamento politico sbilanciato, mentre gli oppositori hanno ribattuto che la riduzione proposta avrebbe favorito soprattutto grandi gruppi privati e messo a rischio la copertura informativa nelle regioni periferiche.
Il governo federale aveva già introdotto negli ultimi anni alcune esenzioni e riduzioni mirate, ma aveva definito l’iniziativa “sproporzionata” e potenzialmente dannosa per l’equilibrio del sistema mediatico.





