Disponiamo di tecnologie per costruire fonti sicure e sostenibili. Possiamo attuare una strategia nazionale che non rinunci agli obiettivi ambientali e non ignori la dura realtà geopolitica
La guerra in Medio Oriente riporta al centro della scena non solo il dramma umano delle popolazioni, le città distrutte, le vite spezzate e la lunga scia di violenza che ogni conflitto porta con sé. Riporta anche, con una forza inquietante, lo spettro di una crisi energetica dalle proporzioni potenzialmente catastrofiche. Una crisi che l’Europa, e in modo particolare l’Italia, rischiano di affrontare con strumenti inadeguati.
La memoria storica ci riporta agli anni Settanta, quando lo shock petrolifero costrinse l’Italia e molti Paesi occidentali a misure drastiche: le domeniche a piedi, il razionamento della benzina, la circolazione a targhe alterne. Fu un momento difficile, ma circoscritto. Allora era compromessa soprattutto la mobilità, e la società poteva ancora funzionare.
Oggi sarebbe completamente diverso.
Il rischio di un blocco totale
Un vero choc energetico nel XXI secolo non colpirebbe soltanto i trasporti: paralizzerebbe l’intero sistema sociale. Non si fermerebbero solo le automobili, ma la rete che sostiene la nostra vita quotidiana. Senza energia si spegnerebbero i sistemi digitali, le infrastrutture tecnologiche, le telecomunicazioni, i servizi essenziali. Persino i telefonini, simbolo della nostra epoca iperconnessa, diventerebbero oggetti inutili.
Viviamo infatti in una società che ha come presupposto implicito la disponibilità costante, immediata e abbondante di energia. Tutto — dalla logistica alle comunicazioni, dall’industria alla sanità — dipende da questa condizione. È una dipendenza strutturale che rende ogni crisi energetica infinitamente più pericolosa rispetto al passato.
Sicurezza energetica la priorità
In questo contesto l’Unione europea ha compiuto scelte che oggi appaiono, quanto meno, discutibili. La progressiva marginalizzazione delle fonti fossili è stata accompagnata da una forte accelerazione verso le cosiddette energie rinnovabili, sostenuta da ingenti investimenti pubblici. Una strategia che sul piano ambientale risponde a obiettivi condivisibili, ma che sul piano della sicurezza energetica solleva interrogativi sempre più pressanti.
I dati aggiornati al 2025 parlano chiaro. In Italia l’eolico e il fotovoltaico coprono circa un quinto della domanda elettrica nazionale. Appena il 20 per cento. L’obiettivo europeo prevede di raggiungere il 45 per cento di rinnovabili sui consumi finali entro il 2030. Ma la distanza tra il traguardo e la realtà resta enorme.
E soprattutto, anche nello scenario più ottimistico, queste fonti non possono garantire da sole l’autonomia energetica di un Paese industriale.
A complicare ulteriormente il quadro interviene la realtà geopolitica, che raramente segue i progetti elaborati nei tavoli delle conferenze internazionali. Le guerre non rispettano le pianificazioni energetiche. I conflitti generano rotture improvvise, tensioni globali, crisi di approvvigionamento.
Pericoli di un effetto domino
Il blocco dello stretto di Hormuz ne è l’esempio più evidente. Se questa arteria strategica del commercio energetico dovesse restare chiusa, centinaia di petroliere non riuscirebbero a raggiungere i mercati internazionali. Il petrolio necessario ai sistemi produttivi del mondo resterebbe fermo.
Le conseguenze sarebbero immediate e devastanti: una crisi energetica globale con effetti a catena su produzione, commercio e stabilità sociale.
Il rischio non riguarda soltanto l’economia. È la tenuta stessa delle nostre società ad essere messa in discussione. Una crisi energetica prolungata produrrebbe un effetto domino capace di paralizzare le attività quotidiane.
Persino la distribuzione degli alimenti sarebbe a rischio. In Italia circa l’80 per cento della logistica viaggia su gomma. Senza carburante, senza energia, la catena di approvvigionamento si interromperebbe rapidamente.
Le lezione del film: “I tre giorni del Condor”
A ben guardare, questo scenario era stato immaginato con sorprendente lucidità già mezzo secolo fa. Nel film del 1975 I Tre Giorni del Condor, diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford, Faye Dunaway e Max von Sydow, si racconta proprio l’ipotesi di una futura catastrofe energetica. Attorno a quella prospettiva si muove un mondo sotterraneo di spie, governi e interessi strategici pronti a tutto pur di accaparrarsi le risorse energetiche.
Al centro della storia c’è una domanda che oggi suona terribilmente attuale: è facile voltarsi dall’altra parte quando le risorse sono abbondanti. Ma cosa accade quando iniziano a scarseggiare? Chi spiegherà ai cittadini che dovranno rinunciare al loro modo di vivere?
È un interrogativo che oggi non può più essere ignorato.
Se siamo consapevoli dei rischi, dobbiamo anche riconoscere che esistono soluzioni tecnologiche in grado di evitare una crisi di portata storica.
Nucleare e fotovoltaico
L’energia nucleare di nuova generazione rappresenta una di queste. I piccoli reattori modulari, sempre più sicuri ed efficienti, offrono la possibilità di produrre energia stabile, pulita e continua.
Accanto a questa opzione esiste un’altra tecnologia spesso ostacolata da pregiudizi ideologici: i termovalorizzatori. Gli impianti più avanzati hanno raggiunto livelli tecnologici tali da garantire standard ambientali elevati e, allo stesso tempo, produrre energia dai rifiuti.
È paradossale che l’Italia, mentre affronta emergenze energetiche e ambientali, continui a esportare tonnellate di rifiuti all’estero, pagando altri Paesi per smaltirli. In questo labirinto di trasferimenti e destinazioni si generano costi, inefficienze e, talvolta, anche zone grigie di illegalità.
Eppure i rifiuti possono diventare una risorsa energetica. Un sistema moderno di termovalorizzazione consentirebbe non solo di ridurre l’impatto ambientale dello smaltimento, ma anche di produrre energia utile al sistema economico nazionale.
Sistemi energetici sicuri
L’Italia, in altre parole, dispone già oggi delle tecnologie per costruire un modello energetico più sicuro, equilibrato e sostenibile. Energia nucleare di nuova generazione e termovalorizzazione rappresentano due pilastri possibili di una strategia nazionale che non rinunci agli obiettivi ambientali ma che non ignori la realtà geopolitica.
Perché il rischio, altrimenti, è evidente.
Le guerre per l’energia, gli scontri sociali e le tensioni globali non resteranno confinati nei film o nei romanzi distopici. Potrebbero diventare la realtà del nostro tempo.
L’Italia pronta alla sfida
Meglio affrontare questa sfida oggi, con lucidità e responsabilità. L’Italia ha ancora la possibilità di scegliere una strada che garantisca sicurezza energetica, stabilità sociale e sviluppo economico. Ignorare il problema significherebbe esporre il Paese a una fragilità che nessuna società moderna può permettersi.





