La nuova ondata di tensioni in Medio Oriente, con la guerra tra Stati Uniti‑Israele e Iran che ha quasi paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz, ha provocato un balzo dell’8,5% del prezzo del greggio in un solo giorno e un aumento di quasi il 30% nell’arco di una settimana. Con i mercati energetici in forte volatilità e i futures americani schizzati fino a 90,90 dollari al barile — il rialzo più rapido dal 1983 — l’amministrazione statunitense si trova costretta a riconsiderare strumenti finora ritenuti intoccabili. Times Now Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che Washington ha già autorizzato temporaneamente l’India ad acquistare petrolio russo stoccato su navi, un primo segnale di apertura che potrebbe preludere alla rimozione di ulteriori restrizioni.
L’obiettivo è immettere rapidamente sul mercato una quantità significativa di greggio per compensare la carenza globale e frenare la corsa dei prezzi, che rischia di avere ripercussioni pesanti sull’economia statunitense e mondiale. Gli analisti sottolineano che la scelta di “unsanzionare” parte del petrolio russo rappresenta un compromesso delicato: da un lato, risponde all’urgenza di stabilizzare i mercati; dall’altro, apre un fronte politico complesso, poiché allenta la pressione su Mosca in un momento in cui le sanzioni energetiche erano considerate uno dei principali strumenti di contenimento. Intanto, i mercati restano in allerta. Le autorità americane stanno valutando ulteriori interventi, inclusi possibili rilasci dalle riserve strategiche o nuove intese con produttori alleati. Ma la sensazione diffusa è che la crisi energetica, alimentata dal conflitto con l’Iran, sia destinata a durare e a ridefinire gli equilibri geopolitici del settore.





