Il feretro del reverendo Jesse Jackson è stato accolto nella House of Hope, a Chicago, da migliaia di persone accorse per rendere omaggio a una delle figure più influenti del movimento per i diritti civili. In prima fila, la sua famiglia, che ha ricordato l’uomo oltre il leader: il padre affettuoso, il mentore instancabile, il punto di riferimento per intere comunità. Accanto a loro, tre ex presidenti — Barack Obama, Joe Biden e Bill Clinton — hanno preso la parola per raccontare come Jackson abbia modellato la politica americana, aprendo spazi e coscienze in un Paese che ancora oggi fa i conti con le sue contraddizioni.
La cerimonia, scandita da musica gospel e interventi di pastori e attivisti, ha assunto a tratti il tono di un grande raduno civile, a tratti quello di un culto collettivo. Sul palco è salito anche un membro della Hall of Fame dell’NBA, a testimonianza dell’impatto trasversale di Jackson, capace di influenzare non solo la politica, ma anche lo sport, il mondo aziendale e la cultura popolare. Il governatore dell’Illinois JB Pritzker ha ricordato il legame indissolubile tra Jackson e Chicago, città che lo ha visto crescere come attivista e che ora lo saluta come un’icona globale.
La celebrazione, definita “The People’s Celebration”, ha ripercorso decenni di battaglie: dalle marce con Martin Luther King alle campagne presidenziali, fino al lavoro instancabile per i diritti delle minoranze e la giustizia economica. In un momento storico segnato da nuove tensioni sociali e politiche, l’addio a Jackson ha assunto il valore di un richiamo alla responsabilità collettiva. Le sue parole — “I am somebody” — sono risuonate più volte durante la cerimonia, come un testimone simbolico passato alle nuove generazioni. Un ultimo saluto che non chiude una storia, ma la rilancia.





