La crisi dell’architettura globale di controllo degli armamenti nucleari si inserisce oggi in un contesto internazionale segnato da una frammentazione senza precedenti, con 59 conflitti attivi nel mondo secondo gli ultimi rapporti dell’Uppsala Conflict Data Program, un dato che non solo testimonia l’instabilità sistemica ma incide direttamente sulla tenuta del regime di non proliferazione. Non è solo il numero dei conflitti a essere rilevante, ma il loro carattere diffuso e persistente. In un ambiente internazionale così congestionato, il regime di non proliferazione non opera più in condizioni di relativa stabilità sistemica, come durante la Guerra fredda, bensì in uno spazio strategico saturo di crisi regionali, rivalità asimmetriche e attori non allineati.
Il Trattato di Non Proliferazione (TNP) contiene una clausola implicita di esclusione per gli Stati coinvolti in conflitti armati che, pur non essendo formalizzata come deroga esplicita, si traduce nella sospensione di fatto degli obblighi di trasparenza e cooperazione in situazioni di guerra, come dimostrano i casi storici di India, Pakistan, Corea del Nord e più recentemente le difficoltà di monitoraggio in Ucraina. In sostanza anche se formalmente il TNP non prevede deroghe automatiche in caso di conflitto, la realtà empirica è evidente: in contesti di guerra, la trasparenza e le ispezioni diventano politicamente e operativamente difficili.
In questo scenario, la dissoluzione progressiva dei trattati di limitazione – dalla fine dell’INF nel 2019 alla sospensione russa del New START nel 2023 (ivi compreso il trattato sugli ABM che era parte integrante di quella struttura di sicurezza ) – ha smantellato i pilastri giuridici che per decenni avevano garantito prevedibilità e stabilità, lasciando spazio a una logica di riarmo non regolato che si intreccia con la moltiplicazione dei teatri di crisi. A complicare ulteriormente il quadro è l’arretratezza normativa dei vecchi trattati rispetto alle nuove tecnologie strategiche: né l’INF né il New START contemplano i missili ipersonici plananti (HGV), i vettori a propulsione nucleare come il Burevestnik russo, o i sistemi dual‑use ad alta manovrabilità, che sfuggono alle categorie tradizionali di “missile balistico” e “missile da crociera” su cui si fondavano le limitazioni della Guerra fredda.
Questa obsolescenza giuridica ha creato un vuoto regolatorio che consente alle potenze nucleari di sviluppare arsenali qualitativamente nuovi senza violare formalmente alcun trattato, alimentando una corsa tecnologica che rende la deterrenza più instabile e la gestione delle crisi più complessa. Questo crea una zona grigia: gli Stati possono espandere capacità strategiche senza violare formalmente alcun accordo.
Ma questa è una dimensione anche di agency strategic: La distinzione tra opacità tecnica e opacità strategica intenzionale. Le potenze nucleari non stanno soltanto subendo l’obsolescenza normativa — in molti casi la stanno attivamente sfruttando, progettando sistemi d’arma proprio perché sfuggono alle categorie dei trattati esistenti.
La deterrenza diventa così meno leggibile. Se durante la bipolarità la stabilità derivava anche dalla chiarezza delle capacità e delle soglie, oggi l’ambiguità tecnica alimenta l’incertezza strategica. In questo vuoto normativo si inserisce la crescita accelerata dell’arsenale cinese, che secondo la Federation of American Scientists ha superato le 500 testate nel 2023⁶ e potrebbe raggiungere le 1.000 entro il 2030, trasformando la deterrenza da un sistema duale a un triangolo strategico in cui Pechino non è più un attore marginale ma un potenziale co‑garante o co‑sabotatore degli equilibri globali, soprattutto qualora dovesse coordinare la propria postura con quella russa, come suggerito da diversi studi sulla cooperazione militare sino‑russa. Attualmente gli USA vorrebbero che gli arsenali sino russi siano considerati aggregati, la Cina d’altro canto rifiuta qualsiasi accordo finché non avrà raggiunto la parità con le testate russe e americane.
Questa dinamica rivela una tensione profonda: gli Stati Uniti vorrebbero applicare al nuovo contesto multipolare la logica dei trattati bipolari, sommando gli avversari; la Cina risponde con una logica di parità individuale che rende impossibile qualsiasi accordo trilaterale nel breve periodo. È un empasse strutturale, non congiunturale.
Parallelamente, il pericolo più insidioso non proviene necessariamente dalle grandi potenze, bensì dalla proliferazione “orizzontale” in aree di instabilità, dove attori regionali – dall’Iran alla Corea del Nord, fino a potenziali aspiranti in Medio Oriente e Asia meridionale – potrebbero sfruttare la crisi del regime di non proliferazione per accelerare programmi clandestini, approfittando delle difficoltà operative dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e della crescente disponibilità di tecnologie dual‑use. La crisi del TNP rappresenta il cuore giuridico di questa trasformazione: nato nel 1968 come compromesso tra potenze nucleari e Stati non nucleari, esso si fondava su tre pilastri – non proliferazione, disarmo e uso pacifico dell’energia nucleare – che oggi appaiono profondamente erosi, sia per la mancata attuazione dell’art.
VI sul disarmo da parte delle potenze nucleari, sia per la crescente percezione di un regime discriminatorio che spinge alcuni Stati a considerare l’opzione nucleare come garanzia di sopravvivenza in un mondo caratterizzato da conflitti diffusi e da un ordine internazionale indebolito. Tuttavia, potrebbe essere utile distinguere tra due tipi di attori che reagiscono a questa percezione in modo molto diverso: quelli che cercano capacità nucleari come deterrente difensivo in contesti di minaccia esistenziale percepita (la Corea del Nord ne è l’esempio paradigmatico), e quelli che potrebbero farlo come strumento di proiezione di potenza regionale. Le implicazioni per la gestione del rischio sono molto diverse nei due casi.
A ciò si aggiunge la nuova corsa agli armamenti nucleari, già in atto secondo numerosi centri di ricerca strategica, caratterizzata non solo dall’aumento quantitativo delle testate ma soprattutto dall’innovazione qualitativa dei vettori, dalla miniaturizzazione delle testate, dalla dottrina del first‑use limitato e dalla crescente integrazione tra capacità convenzionali e nucleari. In questo clima di sospetto si collocano anche le indiscrezioni, riportate da alcuni media europei, secondo cui Francia e Regno Unito avrebbero discusso con l’Ucraina la possibilità di fornire informazioni su dispositivi radiologici o “bombe sporche”, affermazioni non confermate ma indicative della crescente permeabilità tra guerra convenzionale e minaccia nucleare, e della tendenza degli attori a utilizzare la retorica radiologica come strumento di pressione psicologica e diplomatica.
La deterrenza, infatti, non è solo una struttura materiale di arsenali, ma un sistema psicologico fondato sulla percezione delle intenzioni. Quando la comunicazione strategica diventa opaca o strumentalizzata, aumenta il rischio di escalation involontaria. Questa dinamica è amplificata dall’assenza di meccanismi di comunicazione credibili: quando i canali di back-channel diplomacy si deteriorano, quando i trattati che fungevano da “linguaggio comune” scompaiono, anche le rassicurazioni diventano non credibili. Qui bisogna introdurre la distinzione tra deterrenza per negazione e deterrenza per punizione, che ha implicazioni molto diverse per la stabilità del sistema: la prima, basata sulla capacità di difendersi da un attacco, è tendenzialmente meno destabilizzante della seconda, basata sulla minaccia di rappresaglia. I nuovi sistemi d’arma descritti nel testo — ipersonici, dual-use, miniaturizzati — tendono a spostare l’equilibrio verso configurazioni più ambigue, che combinano caratteristiche di entrambe le logiche in modo difficilmente leggibile. Non è un problema da poco, Lawrence Freedman sulla fragilità psicologica della deterrenza sosteneva: essa funziona finché è comprensibile.
L’insieme di questi fattori alimenta una dinamica che può essere definita “follia collettiva” non nel senso di irrazionalità individuale, ma come risultato sistemico di un ambiente internazionale in cui la sfiducia reciproca, l’assenza di regole condivise e la competizione strategica spingono gli attori verso scelte che aumentano il rischio di escalation involontaria, come evidenziato dalla letteratura sulla deterrenza instabile. È una dinamica ben descritta dalla teoria della sicurezza come dilemma: ogni Stato, nel tentativo di aumentare la propria sicurezza, finisce per ridurre quella altrui, generando una spirale di sfiducia.
La fine dei trattati non rappresenta soltanto la dissoluzione di strumenti giuridici, ma la perdita di un linguaggio comune attraverso cui le potenze nucleari comunicavano intenzioni, limiti e linee rosse; senza tale linguaggio, la deterrenza diventa più opaca, la gestione delle crisi più complessa e la probabilità di errore di calcolo significativamente più elevata. In assenza di un nuovo quadro negoziale multilaterale, capace di includere non solo Stati Uniti e Russia ma anche la Cina e gli attori regionali emergenti, la proliferazione nucleare rischia di trasformarsi da minaccia latente a fattore strutturale delle relazioni internazionali, con implicazioni profonde per la stabilità globale, per la credibilità delle istituzioni internazionali e per la capacità del sistema internazionale di prevenire conflitti catastrofici in un’epoca segnata da rivalità sistemiche, innovazioni tecnologiche destabilizzanti e una crescente erosione delle norme condivise.
Quello che non si comprende è che nessuno degli attori al momento ritiene desiderabile il rinnovo di un quadro normativo di sicurezza perché nel quadro attuale è visto come elemento di debolezza e ciò in funzione dei nuovi sistemi d’arma. Ma anche se un domani le tre superpotenze decidessero di sedersi, sarà un processo molto lungo perché coinvolge politica, scienziati e giuristi. Insomma prepariamoci a vivere in un’ era di deterrenza instabile.
Questa “era della deterrenza instabile” non emerge come formula retorica, ma come diagnosi strutturale di un ordine nucleare che ha perso le sue categorie condivise prima ancora dei suoi limiti quantitativi.





