Secondo diverse fonti interne all’FBI, Kash Patel avrebbe smantellato una delle unità di controspionaggio più sensibili dell’agenzia — quella incaricata di monitorare le attività iraniane — appena pochi giorni prima degli attacchi statunitensi contro Teheran.
La decisione avrebbe coinvolto una dozzina di agenti con lunga esperienza sulle operazioni iraniane, alcuni dei quali avevano lavorato anche sulle indagini relative ai documenti riservati di Donald Trump.
La tempistica, ritenuta “sconcertante” da più funzionari, ha sollevato interrogativi sulla capacità dell’FBI di valutare in tempo reale eventuali ritorsioni iraniane o attività ostili sul territorio americano.
L’unità colpita dai provvedimenti era considerata un gruppo d’élite, specializzato nel tracciamento delle reti di intelligence iraniane, dei loro proxy e delle operazioni clandestine negli Stati Uniti. La rimozione improvvisa del personale, avvenuta mentre Washington e Tel Aviv si preparavano a un’operazione militare su larga scala, è stata interpretata da alcuni analisti come un indebolimento della postura difensiva interna proprio nel momento più delicato.
La vicenda si intreccia inoltre con un altro episodio recente: secondo un rapporto citato da CNN, hacker iraniani avrebbero preso di mira alcune comunicazioni dello stesso Patel, aggiungendo un ulteriore livello di tensione tra Teheran e Washington.
La scelta di ristrutturare l’unità ha alimentato speculazioni politiche, soprattutto perché alcuni degli agenti rimossi avevano lavorato su dossier particolarmente sensibili per l’amministrazione. Per altri osservatori, invece, la mossa rifletterebbe la volontà di Patel di ridisegnare l’FBI secondo nuove priorità operative, anche a costo di sacrificare competenze accumulate in anni di lavoro.
Resta però il nodo della tempistica: la riorganizzazione è avvenuta a ridosso dell’operazione militare, quando la capacità di anticipare eventuali ritorsioni iraniane era considerata cruciale.





